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Giovedì 23 Novembre 2017 | 17:56

Il protagonista si racconta

Pillinini, maestro di satira
che voleva fare l'attore

Il vignettista della Gazzetta, tra ricordi e aneddoti

Pillinini,  maestro di satira che voleva fare l'attore

di Arturo Guastella

È condannato a vivere nel presente. La sua professione di giornalista satirico, infatti, lo costringe ad abitare la stretta attualità dalla quale attingere gli “sberleffi” che da ben trentaquattro anni, giorno dopo giorno, fanno sorridere (e riflettere) i lettori di questo giornale. Ma Nico Pillinini, questo il nome del nostro protagonista, rifiuta decisamente ogni catalogazione, la considera un esercizio puramente formale, quasi il tentativo di voler banalizzare storie, vicende, luoghi e persone che il tratto di pennarello si sforza di raccontare al di là delle apparenze, filtrati al lume della sensibilità dell’artista. In una parola, il termine “vignettista”, gli sta stretto. E non poteva essere altrimenti.

Il vostro umile cronista, forse senza un particolare acume, tutto questo riuscì tuttavia ad intuirlo, quando, tanto ma tanto tempo fa, in commissione ad un concorso pittorico, in un paesino della provincia ionica, fece di tutto (riuscendovi), che il primo premio fosse assegnato ad un ragazzino esile, timidissimo, dalle fattezze gentili, che aveva presentato tele originali e niente affatto scontate. Non solo, ma riuscì, in seguito, a fargli ricostruire, col disegno, per un settimanale locale, storie di cronaca nera e di sport, quale, ad esempio, la morte tragica del centravanti del Taranto, Erasmo Iacovone. E qui finiscono i presunti meriti di chi scrive, visto che la notorietà e l’approdo in un importante giornale, è tutto merito di Nico Pillinini e, in parte, anche di un antico cronista della Gazzetta, Gianni Rotondo, anch’egli colpito, dall’originalità di questo ragazzo. Nel tempo, l’aspetto del nostro eroe è cambiato.

Ma solo all’apparenza. Se, infatti, a prima vista, con la sua barbetta screziata e i suoi incredibili cappelli, sembrerebbe un personaggio scaturito dalla penna di un Francisco de Quevedo, di un Lope de Vega o di Mateo Alemàn, di quella letteratura picaresca, insomma, del “Ciclo de Oro” spagnolo che tratteggiò figure come El Burlador De Sevilla (il famoso rubacuori Don Giovanni Tenorio) di Tirso de Molina, ad osservarlo da vicino, però, Pillinini non ha proprio nulla del Lazarillo de Tormes. «Perché scomodare gli spagnoli - scherza - quando noi abbiamo un Giacomo Casanova?». E prima di raccontare di quella volta che nell’accompagnare la bellissima sorella Margherita ad una selezione di Miss Europa, in Calabria, si fece irretire da un’altra miss, questa volta turca, Nurpery Tocker, con la quale addirittura si fidanzò (la dolce moglie Concetta, glielo ha già perdonato), fa in tempo a raccontare della sua ammirazione per i vedutisti veneziani, dal Canaletto a Francesco Guardi o a Bernardo Bellotto, o del suo amore sconfinato per Vincent Van Gogh.

Del quale sa davvero tutto, tanto da essersi perfino procurato l’epistolario (in copia, naturalmente) del mercuriale pittore fiammingo con Paul Gauguin e di essere stato presente all’inaugurazione del museo a lui dedicato ad Amsterdam, alla fine degli anni ’80. Se, poi, parlare di pittori e di tavolozze con Nico Pillinini è stato, per il vostro malcapitato cronista, come giocare fuori casa, ero convinto di tornare fra le mura amiche, quando il discorso fosse scivolato sulle sue letture preferite. Non è stato così. Nico Pillinini, infatti, è riuscito a spaziare dalla letteratura russa a quella Nord Americana, dimostrando non solo di saper citare nomi di romanzieri e poeti, esercizio nel quale siamo buoni tutti, ma anche di aver letto le opere di Faulkner, Dos Passos, Kerouac, Steinbeck o John Fante e, perfino, della russa Anna Andreeevna Achmatova.

«Vi fu un giorno terribile, ancora ne dura fresca la memoria di esso, per voi, amici miei, comincerò ora a narrare. E sarà un triste racconto». Così, Aleksandr Seergevici Puskin, nel suo “Il Cavaliere di Bronzo”. Narrami, dunque, del tuo ricordo più straziante, chiede l’inopportuno cronista. Il suo viso si intristisce, diventa quasi cupo, mentre il suo metro e ottanta, sembra rannicchiarsi di molti centimetri per difendersi da quelle molestissime Erinni. «Non ne voglio parlare», protesta. E deve essere un dolore antico se, come pare, è ancora in grado di procurargli attacchi di panico e che, talvolta, proprio come al mitico Belleforonte, gli fa «sfuggire i sentieri battuti dagli uomini». Ricordi legati, quasi sicuramente, ad una adolescenza travagliata, con una mamma, Iolanda, la cui bellezza sfioriva nei carichi di una gestione familiare da condurre da sola per un padre smarrito in quei sentieri “fumosi”, così ben descritti dal poeta persiano Omar Khayyam, nel suo “Roba’iyyat”. E poi, venuto a mancare ancora in giovane età. Parliamo di altro allora. Come mai, un eretico come il matematico e saggista Piergiorgio Odifreddi è fra i tuoi autori preferiti?

«Mi ritrovo in quel suo sillogismo sul fatto di attendere la dissoluzione della morte, senza aspettare un'altra vita in un mondo che non verrà». E con questo è chiusa qualunque altra riflessione escatologica… Ma da ragazzo, avevi un sogno nel cassetto? «Mi sarebbe piaciuto fare l’attore». E sorride, Nico Pillinini, quasi che questo sillogismo, quello di Odifreddi, fosse una delle sue vignette dissacratorie, e che la vita, tutto sommato, non sia altro che una rappresentazione teatrale, dove i “servi di scena”, sono sempre più numerosi dei protagonisti. Si è fatto tardi e via D’Aquino, la nostra “Via dei Lumi”, manco a farlo apposta, è transitata da un codazzo di aspiranti sindaci in cerca di possibili elettori, dispensando sorrisi complici a destra e a manca. Ma forse, al nostro disincantato giornalista satirico, piacerebbe questo brevissimo epigramma di Boris Pasternak, «mi occorre di vivere senza impostura, viver così da cattivarsi infine l’amore dello spazio, annotando sui margini di un foglio, i capitoli e i luoghi di tutta una vita».

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