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Venerdì 20 Ottobre 2017 | 05:40

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«L'infermiera non uccise il marito»
Si punta alla revisione del processo

«L'infermiera non uccise il marito» Si punta alla revisione del processo

TAURISANO - Si punta alla revisione del processo per Lucia Bartolomeo, l’infermiera di Taurisano condannata all’ergastolo per l’omicidio del marito.

Gli avvocati della Fondazione Giuseppe Gulotta sono già al lavoro. E l’annuncio è stato dato ieri mattina a Firenze, nel corso della presentazione della fondazione nata per contribuire a rivelare errori giudiziari. Fondatore è lo stesso Gulotta che, accusato ingiustamente di aver ucciso due carabinieri, è stato condannato all’ergastolo e, dopo aver trascorso 22 anni in carcere, è risultato innocente e riabilitato.

Il primo caso di cui si occuperà la Fondazione è quello dell’infermiera di Taurisano. «Questa fondazione l’abbiamo voluta per dare voce a chi come me finora non l’ha avuta - ha detto il fondatore - Cercheremo di provare l’innocenza di persone che stanno pagando per qualcosa che non hanno commesso. Ce ne sono tante in carcere. Stiamo seguendo il caso di una donna di Lecce, condannata all’ergastolo per la morte del marito. A nostro giudizio non c’entra nulla».

Gli avvocati della fondazione hanno già incontrato Lucia Bartolomeo, oggi 40enne, detenuta a Lecce nella casa circondariale di borgo San Nicola. Affinché la richiesta di revisione sia ammessa è necessario presentare «nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto». È ragionevole supporre che l’annuncio della presentazione della richiesta di revisione sia stato preceduto dalla scoperta di nuove prove. Il riserbo sul lavoro svolto dagli avvocati della fondazione è massimo.

Il carcere a vita inflitto a Lucia Bartolomeo è diventato definitivo nel febbraio del 2014. I giudici l’hanno riconosciuta colpevole dell’omicidio del marito, Ettore Attanasio, deceduto il 29 maggio del 2006 a 36 anni. La causa della morte, secondo quanto emerso nel corso del processo, è stata un’overdose di eroina. La tesi sostenuta dalla Procura è che la donna avesse somministrato la droga al marito, che soffriva si alcuni problemi di salute, attraverso una flebo. Un piano diabolico secondo l’accusa perché il movente - almeno stando a quanto emerso dai processi - sarebbe stato quello di liberarsi del marito per andare a vivere con l’amante.

La richiesta di revisione del processo e la valutazione delle nuove prove saranno esaminate dai giudici della Corte d’Appello di Potenza.

[g.lat.]

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