Venerdì 22 Giugno 2018 | 17:09

perizia

Esplosione fabbrica di fuochi
errore umano causò la strage

Bruscella

BARI - Troppa polvere da sparo, poca distanza tra i fabbricati contenenti materiali esplodenti e utilizzo di attrezzature inadeguate: un errore umano, insieme alla sottovalutazione dei rischi, sarebbero state, secondo i consulenti nominati dalla Procura di Bari, le cause principali dell’esplosione che il 24 luglio 2015 rase al suolo la fabbrica di fuochi d’artificio Bruscella di Modugno (Bari), causando la morte di 10 persone. In particolare ad innescare le fiamme potrebbe essere stato l’uso di forbici in metallo per tagliare una miccia e le successive esplosioni sarebbero state causate dalla eccessiva quantità di esplosivo.
«La fabbrica Bruscella - si legge nella relazione - è andata completamente distrutta per l’effetto domino che ha interessato tutti i laboratori destinati ai processi di lavorazione, a causa di un errore umano dovuto ad eccessiva confidenza». La relazione è a disposizione delle parti dopo che i pm che hanno coordinato le indagini, Grazia Errede e Domenico Minardi, hanno chiuso le indagini sulla strage.

Nel fascicolo risulta indagato l'unico titolare dell’azienda sopravvissuto all’esplosione, Antonio Bruscella, accusato di omicidio colposo plurimo e disastro colposo. L’esplosione causò la morte del fratello Vincenzo e del nipote Michele, del cognato Vincenzo Armenise, del cugino Michele Pellicani, dello studente 20enne di Napoli Riccardo Postiglione, che era lì quel giorno perché stava lavorando ad un sistema elettronico di fuochi musicali, degli amici e collaboratori Giuseppe Pellegrino e Vincenzo Di Chirico e degli operai Banga Harbaajan, Nigah Kumar e Merja Saimir.
I tecnici nominati dalla Procura hanno ricostruito quanto accaduto quel giorno individuando tre esplosioni consecutive, avvenute a distanza di poche decine di secondi l’una dall’altra, che distrussero completamente la fabbrica e uccisero tutti coloro che si trovavano nei pressi delle casette in cui si stava lavorando e confezionando l’esplosivo. La relazione individua come «sorgente di innesco della prima esplosione» il «taglio della parte finale della miccia a lenta combustione di alcuni artifici aerei, effettuato da alcuni lavoratori nei pressi di un tavolo di lavoro posto sul basamento in cemento che circondava» uno dei laboratori. La combustione attivata con il taglio sarebbe poi immediatamente passata alla polvere di lancio e, inevitabilmente, «secondo un effetto domino inarrestabile», a tutto il materiale accatastato all’esterno e all’interno degli altri tre laboratori.
Nella relazione sono riportati anche stralci delle dichiarazioni rese da alcuni testimoni, i quali hanno riferito di non aver sentito subito urla.

«Plausibilmente - scrivono i consulenti - l’assenza immediata di allarme e grida è stata dovuta al fatto che il personale all’interno degli altri laboratori credesse di poter gestire la situazione di pericolo in completa autonomia, tentando di spegnere il principio di incendio». «Lo scenario considerato se solo si fosse compresa immediatamente la gravità del momento e l’impossibilità di gestire una situazione ormai pregiudicata dall’evolversi degli eventi, - dicono i consulenti - avrebbe dato sicuramente modo e tempo a tutti i presenti di mettersi in sicurezza».
I tecnici hanno inoltre stimato una quantità di materiale esplodente all’interno dei laboratori esplosi pari a circa 1.800 chili, ai quali si aggiungono più di mille chili contenuti nei fuochi pirotecnici già confezionati e caricati sui furgoni per essere consegnati. Con riferimento alla valutazione dei rischi, che secondo la relazione non sarebbe stata adeguata, i tecnici riportano una casistica di incidenti simili avvenuti dal 1997 al 2015. Quello di Modugno risulta l’incidente più rilevante per quantità di vittime fra i 19 avvenuti in Italia e il quarto in assoluto al mondo negli ultimi 20 anni. 

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