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Ecco le due offerte per l'Ilva
corsa su prezzo e ambiente

Am Investco offre più soldi, AcciaItalia promette meno carbone

Ecco le due offerte per l'Ilva corsa su prezzo e ambiente

di Mimmo Mazza

TARANTO - La corsa a due ufficialmente finirà giovedì 6 aprile, quando i commissari straordinari dell’Ilva decideranno a chi affittare (prima) e vendere (poi) gli impianti della società siderurgica. Ma la corsa ormai non è più a carte coperte e si sta svolgendo sia documentalmente, con l’esame delle offerte presentate da AcciaItalia e da Am Investco, che con un fitto reticolo di incontri e relazioni che vedi tutti gli attori protagonisti.

Prima di tutto le carte. Le offerte sono teoricamente coperte da riserbo ma numeri e cifre circolano ormai da giorni consentono di avere un quadro tutto sommato attendibile. Nel giudicare l’offerta, i criteri prevedono un peso per il 50% al prezzo, al 30% per il piano industriale e al 20% per quello ambientale.

L’offerta di Am Investco, joint venture tra ArcelorMittal (85%) — multinazionale con sede in Lussemburgo — e Marcegaglia (15%), con advisor Jp Morgan e Banca Intesa con partner, sarebbe di circa 1,6 miliardi di euro. Che vanno sommati ai 2,3 miliardi destinati agli investimenti, per circa 4 miliardi di euro complessivi.

L’offerta di AcciaItalia, cordata composta dall’indiana Jindal South West (35%), Cassa depositi e prestiti e Delfin di Leonardo Del Vecchio (entrambe al 27,5%) e Arvedi (10%), con advisor Citi e Mediobanca, si aggirerebbe intorno a 1,2 miliardi, più 3 miliardi per gli investimenti. Anche in questo caso, circa 4 miliardi complessivi ma diversamente distribuiti. Vedute analoghe, da parte delle due cordate, anche sul numero iniziale dei dipendenti adeguato alla produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno: per entrambe, si parte da 8 mila (11 mila gli attuali dipendenti dell’Ilva, con 3.300 in cassa integrazione a rotazione). Numeri però destinatari a cambiare nel tempo, perché a fronte dei 6 milioni di tonnellate prodotte nell’area a caldo di Am Investco (più 4 milioni di bramme sfornate in Francia e poi mandate a lavorare negli stabilimenti Ilva), AcciaItalia arriverà a 10 milioni, sommando i 6 milioni prodotti con la tecnologia tradizionale (anche se rifacendo completamente l’altoforno 5, destinato nei piani a sostituire gli attuali afo 1-2-4) con altri 4 milioni realizzati tramite il gas, ovvero avviando la politicamente (e non solo) famosa decarbonizzazione.

Se il prezzo offerto ha un suo peso, anche perché destinato alla massa passiva accertata al tribunale di Milano nella procedura fallimentare di Ilva e pari a quasi 3 miliardi, pare evidente che un fattore quasi da bonus lo giocherà il 20% assegnato al piano ambientale, 20% sul quale si giocherà tutto il potere discrezionale assegnato ai commissari.

Dal giorno di presentazione delle offerte, il trio di professionisti (Gnudi-Laghi-Carruba) nominato dal governo Renzi alla guida dell’Ilva sta esaminando con attenzione tutta la documentazione presentata dalle due cordate allo scopo di stilare due relazioni, poste poi a fondamento della decisione finale, a prova di critica, o impugnazione.

Am Investco appare dunque decisamente in vantaggio per il prezzo offerto, e questo fatto potrebbe far prevedere un maggior ristoro per tutti i creditori di Ilva che aspettano la fine della procedura per ricevere in tutto o in parte il ristoro dal tribunale di Milano. AcciaItalia invece presenta, a fronte di una offerta economica più bassa, un piano industriale e, sopratutto, un piano ambientale che almeno sulla carta pare destinato a cambiare il modo di fare acciaio a Taranto, con l’introduzione del gas e del recupero integrale delle polveri sottili.

Chi vincerà? Un ruolo, anche se dalle cronache di questi giorni non emerge, lo giocherà nella partita anche la magistratura di Taranto. Gli impianti al centro della gara sono infatti sotto sequestro dal 26 luglio del 2012 in quanto ritenuti fonte di malattie e morte per operai e cittadini: è evidente che chi lo affitterà, per diventarne dovrà ottenerne il dissequestro, presentando alla Procura guidata da Carlo Maria Capristo la prova, anzi le prove, che quegli impianti non costituiscono più un pericolo per i tarantini.

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