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Mercoledì 23 Agosto 2017 | 08:04

contenzioso infinito

Punta Perotti, lo Stato
chiede risarcimento al Comune

abattimento dei palazzi di Punta Perotti

di FRANCESCO PETRUZZELLI

BARI - La richiesta è da far tremare i polsi: 46 milioni e 80mila di euro. Soldi che adesso lo Stato vuole recuperare dal Comune per il risarcimento versato alle imprese costruttrici. Ma Palazzo di Città si oppone e preannuncia battaglia rivolgendosi a un giudice per accertare negativamente questo diritto di rivalsa da parte del Governo. Ennesimo colpo di scena nell’infinita telenovela di Punta Perotti, i suoli a sud della città sui quali furono realizzati i palazzoni sul mare, poi abbattuti nella primavera del 2006. In questo nuovo capitolo giudiziario la demolizione però non c’entra. Lo Stato batte cassa al Comune per la restituzione delle somme che ha già liquidato alle imprese costruttrici, Sud Fondi, Mabar e Iema all’indomani della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo. A maggio del 2012 i giudici di Strasburgo hanno infatti condannato l’Italia al maxi-risarcimento da 49 milioni di euro per la confisca arbitraria dei suoli, nonostante l’assoluzione degli imputati dal reato di lottizzazione abusiva. Stabilendo 37 milioni di indennizzo per Sud Fondi, 9,5 per Mabar e 2,5 per Iema. Secondo i giudici la confisca non aveva una base legale ai sensi dell’articolo 7 della Convenzione ed era arbitraria anche ai sensi dell’articolo 1 del Protocollo numero 1.

Le prime avvisaglie di questa richiesta di restituzione risalgono allo scorso anno, quando a metà maggio il Ministero dell’Economia e delle Finanze scrive una nota al Comune annunciando di aver saldato i risarcimenti ai proprietari e di essere pronto a un’intesa per il recupero di quella somma (nella richiesta non si parla più di 49 milioni ma di oltre 46) in virtù dell’esercizio del diritto di rivalsa, previsto da una legge dello Stato, l’articolo 43 comma 10 della 234 del 2012. Passano quattro mesi e la risposta dell’amministrazione comunale non si fa attendere. «Contestiamo il diritto di rivalsa – scrive a settembre Antonio Decaro - non essendo imputabile al Comune di Bari alcun episodio di violazione delle disposizioni della Convenzione per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali». In altre parole: «Non abbiamo deciso noi la confisca dei suoli, ma la magistratura e quindi tu Stato hai commesso la violazione». La vicenda rimane in silenzio per diversi mesi (scadono persino i termini di legge per trovare l’accordo) sino a quando agli inizi di febbraio scorso lo Stato torna alla carica con una nota questa volta della presidenza del Consiglio dei Ministri che preannuncia al Comune, in virtù del nuovo accordo Stato-città, di poter rateizzare il dovuto in base alle esigenze del proprio bilancio. Ma nulla da fare, l’amministrazione barese si oppone dando mandato ai propri legali di procedere davanti a un giudice con l’accertamento negativo del diritto di rivalsa. La decisione è stata presa mercoledì scorso con una delibera votata dalla giunta Decaro.

«Non possiamo accettare questo accanimento – commentano dal Comune – trattandosi di una misura, la confisca, che lo stesso Stato ha deciso all’epoca a carico dei privati. E nella quale c’è la nostra totale estraneità». Insomma, per Palazzo di Città non deve essere restituito un solo euro alle casse dell’Erario e sarà un giudice ad accertarne la tesi. Già lo scorso anno un analogo provvedimento è stato preso dal Comune sempre nei confronti dello Stato che chiedeva la invece la restituzione di 121mila euro stabiliti con sentenza della Cedu nel 2009 per i danni morali subiti dalle imprese costruttrici. Insomma, la partita adesso si riapre con questa nuova battaglia giudiziaria che ruota attorno al «chi ristora chi» sui risarcimenti per la confisca dei suoli. Suoli di fatto tornati nella proprietà delle imprese, dopo la revoca della confisca nel 2010, ma di fatto non ancora accettati. I proprietari infatti non si sono presentati alla riconsegna nel 2011 facendo notare al Comune la trasformazione di quei terreni, diventati nel frattempo un parco pubblico con annesse strutture utilizzate dalla collettività. Parco che oggi versa nel più totale degrado e abbandono, complice questa intricata battaglia. Con un Comune che di fatto gestisce un parco non essendone più il proprietario.

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