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Domenica 19 Novembre 2017 | 06:01

Ilva, Jindal: possiamo dare
una svolta ecologica a Taranto

Ilva, Jindal: possiamo dare  svolta ecologica a Taranto

MUMBAI - Una svolta ecologica per l’Ilva, con il rilancio dell’ecomostro di Taranto a 10 milioni di tonnellate di produzione e una sterzata verso l’innovazione. E, perchè no, l'ipotesi di quotare in Borsa la società di gestione. E’ la proposta di Saijan Jindal, presidente della Jsw a capo della cordata che contende l’impianto di Taranto ad ArcelorMittal e Marcegaglia, mentre slittano per la terza volta i termini per la presentazione delle offerte vincolanti. «Il mio sogno è riportare Fiat, che oggi si rifornisce interamente all’estero, a utilizzare acciaio completamente italiano», confessa Jindal.

E’ l’ultima puntata di una saga sul futuro dell’Ilva: sequestrata ai Riva, al centro di una guerra giudiziaria con le associazioni locali sul piede di guerra (chiesta oggi la revoca della facoltà d’uso degli impianti per inquinamento), con l’ex premier Renzi che incontra a Taranto i sindacati per discutere occupazione e danno sanitario. In ballo 13.000 posti di lavoro ma anche la salute dei tarantini. I commissari che gestiscono gli impianti hanno concesso una nuova proroga, la terza: ora il termine è lunedì 6 marzo, alle 12.

Dal quel che trapela dall’Italia, la decisione sarebbe arrivata su richiesta delle due cordate. Anche se Jindal cade dalle nuvole: non ne sappiamo niente, assicura. Ma la concessione di altro tempo potrebbe preludere a contromosse. Coincide infatti con l’offensiva della Jsw, (affiancata in cordata da Cassa depositi e prestiti, Arvedi e Leonardo Del Vecchio), con i giornalisti invitati a Mumbai e agli stabilimenti produttivi di Vijayanagar. Obiettivo: smontare l'idea che il gruppo sia troppo piccolo. E che il suo piano industriale - riportare la produzione a 10 miliardi di tonnellate/anno contro gli otto a cui punta la cordata avversaria ma allo stesso tempo dare una svolta 'verdè a Taranto - sia velleitario.

Tutt'altro, assicura mr. Jindal. «Prevediamo 10 milioni di tonnellate, che genereranno posti di lavoro» anche se nell’immediato «probabilmente ci sarà qualche riduzione dei posti di lavoro» concordata con i sindacati. Il 'modellò è in parte quello di Vijayanagar, dove Jindal ha creato dal nulla in quindici anni, in un’area poverissima, uno stabilimento grande come una cittadina che dà lavoro a 22.000 persone e a prima vista non sembra avere le polveri sottili che assillano Taranto. L'Italia come porto d’ingresso in Europa e con standard qualitativi finalmente europei. Attraverso la cattura delle polveri sottili per riciclarle, l’utilizzo di acciaio 'preridottò e la progressiva sostituzione del gas al carbone, ma anche il riavvio dell’altoforno 'Afo 5' spento dal 2015 (altra differenza con la cordata avversaria), in cinque anni Jindal prevede una «decarbonizzazione» di Taranto. A Vijayanagar, assicurano i tecnici dello stabilimento, ciò significa 1.600 tonnellate al giorno di polveri sottili in meno. "Taranto - dice Jindal - ha un potenziale fantastico, ha bisogno di una buona leadership attenta non solo ai soldi, ma all’ambiente, all’occupazione, alla qualità».

Il progetto di un gruppo in una «condizione disastrosa», lo aveva bocciato così ArcelorMittal Europe, giorni fa. Da Mumbai trapela una contro-critica altrettanto feroce: in realtà siamo gli unici interessati all’Ilva, i nostri concorrenti comprerebbero l’Ilva solo per mantenerla fuori dai giochi e non avere competitor. Gli investitori invitano a non sottovalutare nessuno dei due indiani in pista: «vanno presi sul serio, non dimentichiamo che ormai sono metà del Mit o della Silicon Valley, e anche quelli di Jsw sembrano gente seria», dice da Singapore Alberto Forchielli, esperto del Far East e delle ristrutturazioni a capo del fondo Mandarin. I giochi sono aperti, ancora per qualche giorno.

Jsw e i partner del consorzio Acciai Italia, che corrono per aggiudicarsi l’Ilva di Taranto contro la cordata guidata da Arcelor-Mittal, hanno «l'intenzione di quotare la società di gestione» e prevedono «il ritorno al break-even in tre anni».

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