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Domenica 19 Novembre 2017 | 22:47

l'appello del padre

Il figlio morì investito
«Siamo stati abbandonati»

ambulanza incidente

BARI - Ha acquistato una pagina intera di un quotidiano locale lamentando l’assenza delle istituzioni, e non solo, e per chiedere che la comunità ascolti il suo lungo appello per evitare tragedie come quella che lui ha vissuto. Gianni D’Accolti è il papà di Davide Gaetano, 22 anni, musicista di Conversano (Bari), morto in un investimento stradale a Torre a Mare (sul litorale barese) il 21 febbraio dello scorso anno «perché un altro individuo (innominabile per la privacy?) - scrive l’uomo nel suo appello - in preda ad alcol e droga a livelli da coma, guidando ad oltre 170 chilometri di velocità, percorrendo contromano la Superstrada Adriatica, ha così deciso di chiudere la sua serata del sabato sera».

Dopo aver esternato le sofferenze patite dalla sua famiglia, D’Accolti dice che «lo Stato nella sua totalità è indifferente a Davide, è indifferente a chi, come noi, vive il significato dell’assenza di futuro senza speranza terrena, è indifferente anche ai vostri figli ed a chiunque ha ancora qualcosa, negli affetti, da perdere».

Della vicinanza delle istituzioni il papà di Davide ricorda solo un incontro personale con il comandante provinciale dei carabinieri, poi l’indifferenza. «Con Davide, oltre a noi - sostiene - sono rimaste le persone semplici, qualche giornalista sensibile, degli uomini che della loro scelta sacerdotale hanno fatto anche un silenzioso modo di vita, accostandosi al tuo dolore, regalandoti il miracolo della tenerezza ed accompagnandoti, quando lo desideri, nel tuo percorso con la croce che ti è toccata e che a volte, da solo, non riesci più a sopportare».

Poi l’appello finale del papà di Davide. «Ed allora a cosa serve parlarci? A sperare che esista ancora, oltre lo Stato silente, la comunità che almeno questa mi ascolti, mi risponda, mi faccia un cenno di sorriso, uno squarcio di luce. Serve per aiutare i nostri figli a saper scegliere, a saper essere consapevoli delle responsabilità personali collettive, a riacquistare - conclude - la voglia di una rivoluzione che, senza armi, possa issare una nuova bandiera».

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