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Martedì 21 Novembre 2017 | 16:54

Il 14enne molfettese

Portento, non solo di nome
pittore grazie a un barbone

Portento, non solo di nome pittore grazie a un barbone

Antonello Portento con il papà

di MARIANNA LA FORGIA

MOLFETTA - La sua storia, la sua rinascita (nel vero senso della parola) e il suo talento sono legati ad una figura: un clochard. La fine di questo racconto non c’è ancora, perché tutto ancora deve succedere, ma conta una tappa cronologica che si materializza in un’altra immagine potente: il san Girolamo di Caravaggio.

Ma cos’hanno in comune un barbone romano silenziosamente intento a creare ritratti sui freddi sampietrini e l’impareggiabile arte di Michelangelo Merisi? Il trait d’union è la grande creatività artistica di Antonello Portento, un ragazzino molfettese dal viso angelico, gli occhi chiari brillanti e la voce spezzata dalla timidezza. A 14 anni dipinge e disegna con grande naturalezza. Lo fa da 3 anni, da quando - dopo anni dolorosi e bui in cui la sua salute era precarissima e i genitori Domenico e Pasqua hanno mosso mari e monti per capire perché per il loro piccolo non ci fosse una diagnosi - a Roma ha offerto cornetto e cappuccino ad un barbone accovacciato in strada, intento a disegnare un volto. Cosa si sia acceso in lui non lo sa spiegare però sa che da allora ha cominciato a ri-creare opere di artisti famosi (ma non solo) rivisitando le posture, come l’ultima tela a cui sta ancora lavorando, il san Girolamo di Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto, caravaggista molto noto.

Come fai a decidere quale sarà il soggetto della tua prossima tela?

«Non decido a tavolino, mi faccio ispirare da quello che mi circonda. Studio i volti, leggo libri e se c’è qualche immagine che mi colpisce comincio ad abbozzarla: sarà poi quel disegno a dirmi cosa sarà in futuro».

Quando termini un disegno o un dipinto ti confronti con qualcuno?

«Chiedo a mio padre se c’è qualcosa da rivedere, un dettaglio, un particolare che possa essere migliorato. È molto esperto in questo, è lui che mi suggerisce come apportare modifiche significative, un po’ lo fa anche mia madre però mi confronto più con mio padre. A volte vorrei fare di testa mia, evitare di rivedere i soggetti una volta creati».

Papà Domenico, detto Mimmo, è un uomo molto acculturato, fervente credente e molto creativo: in famiglia ha sempre respirato arte e cultura (la mamma è una teologa e serviva pranzo e cena parlando in latino) ed ha imparato le tecniche di miscela colori (velature) studiando sui libri e immergendosi nelle lectio magistralis dei critici e artisti contemporanei che ora può incontrare grazie al talento di Antonello, seguito tra l’altro dal maestro barese Filippo Cacace, cresciuto nella bottega di Tommasi Ferroni e con base anche a Molfetta, e dal critico Giorgio Grasso, stretto collaboratore di Vittorio Sgarbi.

Hai un artista preferito?

«Caravaggio e Leonardo. Ma se devo scegliere, Caravaggio».

Come trovi il tempo di dipingere, tra scuola, amici e sport?

«Mi impegno a studiare presto e poi subito vengo qui in pizzeria dove mi sento protetto e ispirato: nel locale di mio padre c’è il cuore pulsante del lavoro creativo, c’è pace e silenzio. Posso stare tranquillo. Alle 20.30 vado via e poi la pizzeria apre ai clienti».

E gli amici, lo sport, i social? Hai un profilo Facebook?

«Lo sport mi piace, vado in palestra, ma non amo molto uscire, ogni tanto giochiamo in villetta con il pallone ma poi preferisco leggere. I social non mi piacciano. Ci sto pochissimo. Mi piace viaggiare, visitare città d’arte».

Alcuni dei suoi quadri sono presenti in Italia in giro per mostre ma per ora si va con i piedi di piombo: spiegare la creatività e la bravura di un ragazzino di 14 anni al mondo non è sempre facile.

Ma tu Antonello, da grande cosa vuoi fare davvero?

«Mi piacerebbe far parte del corpo dei Carabinieri - reparto tutela del patrimonio culturale: dipingerei ancora donando i miei quadri alle associazioni e ne difenderei la bellezza nel mondo».

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