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Il futuro del siderurgico

Il ministro Calenda: Ilva asset
importantissimo per l'Italia
Botta e risposta Acelor-Fiom

Il ministro Calend:  Ilva asset  importantissimo per l'Italia Botta e risposta Acelor-Fiom

Lo stabilimento Ilva

TORINO - «L'Ilva è un asset industriale importantissimo del nostro Paese. In una stagione in cui l'Europa ha cominciato con ritardo a difenderci dalla concorrenza sleale (vedi l’ok dell’Ue, l’ottobre scorso, ai dazi antidumping contro l’acciaio cinese) è importante riavere un asset che non solo torna a produrre ma a fare investimenti».

Tocca al ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda intervenire all’indomani dell’ennesimo colpo di scena nell’intricata storia dell’Ilva, dopo che il Gip di Milano ieri ha respinto il patteggiamento proposto dai Riva. Patteggiamento che avrebbe, in tempi brevi, portato nelle casse dell’Ilva il miliardo e 300 milioni di euro oggi ancora su conti esteri e destinati per legge al risanamento ambientale del siderurgico di Taranto.

La bocciatura - inattesa per il peso politico che gli aveva dato l’ex premier Renzi annunciando lui stesso, a fine novembre, l'accordo preliminare alla richiesta di patteggiamento - ha creato una certa tempesta nelle difficili acque nelle quali avanza la procedura di gara per la cessione dell’Ilva. La situazione è delicata e dalle cordate, ufficialmente, ci si limita a «no comment».

La decisione di Milano potrebbe determinare un allungamento dei tempi della presentazione delle offerte. Di certo si allontana il rientro in Italia dei capitali, l’ormai famoso miliardo e 300 milioni di euro, tutt'ora sotto sequestro, capitali che un via libera del Gip avrebbe sbloccato a breve. Nelle prossime settimane - in accordo con la Procura che sembra intenzionata a chiudere le indagini, depositare gli atti e richiedere il rinvio a giudizio - i legali dei Riva dovrebbero riformulare i termini del patteggiamento e cercare di raggiungere un accordo. Patteggiamento che però dovrà essere proposto davanti a un gup, e quindi in sede di udienza preliminare. Resta da parte della famiglia Riva la «volontà di collaborare con l’autorità giudiziaria di Milano e di Taranto e con il Governo».

Dall’Amministrazione Straordinaria dell’Ilva si fa sapere che la decisione del Gip di Milano «non influirà sul processo di vendita», tuttavia trapela una certa preoccupazione per il rallentamento dell’arrivo della cifra definita «importo rilevantissimo» che consentirebbe di «disporre in tempi brevi delle risorse necessarie al completamento del risanamento ambientale dello stabilimento di Taranto». La necessità di un ok dai giudici di Milano e di Taranto all’accordo per il patteggiamento è importante anche per porre fine alle cause civili che contrappongono il gruppo Riva e l’amministrazione straordinaria dell’Ilva.

In mancanza di un via libera dai giudici su una nuova istanza di patteggiamento, l’unica strada per ottenere il dissequestro dei fondi sarebbe quella del giudizio ordinario con tempi più lunghi. Anche se, ambienti vicini ai tre commissari fanno sapere che la decisione di ieri del gip «non ha alcun effetto diretto e immediato sull'accordo transattivo» che «non ha alcun collegamento con il patteggiamento».

Allo stesso tempo, dagli stessi ambienti, si sottolinea che «nell’accordo tra i Riva e l’Ilva non c'è alcuna clausola che faccia cadere l’ipotesi del rientro dei capitali», 1,3 miliardi circa, «a seguito del rigetto del patteggiamento. Qualora ci si dovesse accorgere che tale rientro non è più realistico verranno rivitalizzate tutte le iniziative possibili in sede civile».

Sul piano di risanamento ambientale andrebbero comunque avanti con la copertura di fondi pubblici (già previsti dalla scorsa legge di Stabilità) che, proprio perché destinati al risanamento ambientale, non sarebbero considerati aiuti di Stato. Proprio a proposito del Piano ambientale oggi la prima Commissione del Senato ha approvato l’emendamento che proroga dal 30 giugno al 30 settembre 2017 il termine per l’attuazione delle prescrizioni dell’Aia.

CAMUSSO: C'E' TIMORE PER RIDIMENSIONAMENTO FABBRICA - «Il timore di un’Ilva ridimensionata esiste per il fatto che in questo momento c'è grande incertezza. Noi, con grande chiarezza, diciamo che non va bene questa idea del ricorso alla cassa integrazione e della individuazione degli esuberi e che non si può accettare una offerta o una prospettiva di nuovi acquirenti che abbiano in mente un ridimensionamento della fabbrica». Lo ha detto a Taranto la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso, che oggi partecipa alla presentazione del libro «Sempre dalla stessa parte», scritto da Gianni Forte, segretario generale SPI Cgil Puglia, e domani mattina presiederà nel capoluogo ionico l'assemblea regionale della Cgil sul tema «Sviluppo, lavoro, ambiente».

In merito ai patteggiamenti dei Riva respinti dal gip di Milano e sul ritardo del rientro in Italia dei fondi sequestrati agli industriali milanesi, Camusso ha detto che «bisogna rispettare il lavoro che sta facendo la magistratura perché, sicuramente, è una vicenda molto impegnativa. Pensiamo però che l'eventuale assenza di quelle risorse non possa significare il blocco delle bonifiche e dell’intervento ambientale. Se la magistratura, facendo il suo lavoro, determina che c'è un’altra scelta, vuol dire che è necessario che le risorse ce le metta il Paese, che si facciano, e non si interrompa un processo necessario di risanamento della città».

FIOM: CI OPPORREMO A SVENDITA DELL'AZIENDA - «Noi diciamo adesso, ma lo diremo anche lunedì al governo, in occasione della convocazione al Mise per discutere della proroga degli ammortizzatori sociali e della situazione dell’Ilva nel suo complesso,che se il tema è svendere l'Ilva e rifare come si è fatto con Emilio Riva, cioè che chi acquista nel giro di sei mesi si ripaga l’acquisto lasciando il disastro occupazionale e ambientale, su questo terreno la Fiom si metterà di traverso». E’ quanto ha spiegato Rosario Rappa, responsabile nazionale Fiom per la siderurgia, nel corso di una conferenza stampa a Taranto. 

«Per noi - ha precisato - c'è un elemento che ci farà capire la bontà delle proposte che faranno le due cordate, ovvero quanto si investe sull'Ilva a Taranto e in generale sugli stabilimenti. Il vecchio piano industriale presentato da Bondi prevedeva per ambientalizzare lo stabilimento quattro miliardi di investimento. Se uno dice, come ha fatto ieri Arcelor Mittal, che non può o non vuole riattivare l’altoforno 5 perché costa 300 milioni rifarlo, è chiaro che per noi è una cosa illogica. Da questo punto di vista aspetteremo anche l’altra proposta della cordata formata da Arvedi con Del Vecchio, Cassa Depositi e Prestiti e Jindal steel. Il 3 marzo - ha concluso - avremo chiaro quali saranno le due proposte, ma ci sono all’orizzonte tante perplessità».

«Fatemi usare questo termine: la mia valutazione è che c'è una gestione 'allegrà dell’Ilva da parte dei commissari», ha poi sottolineato Rappa alla vigilia dell’incontro al Mise di lunedì prossimo per discutere degli ammortizzatori sociali, a cui parteciperà anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.

«Io - ha precisato Rappa - ho guardato i numeri, raffrontando la cassa integrazione del 2013 e la cassa integrazione avviata in questi giorni. Noi siamo in una situazione in cui, a fronte di una riduzione nello stabilimento di Taranto di circa mille dipendenti dal dicembre di quattro anni fa, abbiamo avuto una implementazione di impiegati da 1.272 a 1.719. Cosa sia successo per arrivare da questa migrazione da fascia operaia a impiegati qualcuno dovrà pur spiegarcelo. Così come - ha aggiunto - abbiamo avuto una lievitazione di dirigenti, passati da 18 a 30. E poco si sa delle consulenze».

I numeri annunciati «della cassa integrazione straordinaria, ovvero i cinquemila esuberi, sono - ha obiettato Rappa - inconcepibili, ingiustificati per le dichiarazioni da loro fatte in questi giorni in audizione, nella relazione, perché hanno spiegato al mondo che avevano ridotto le perdite, che avevano aumentato la produzione e in effetti siamo quasi a sei milioni, e poi che c'è un trend in positivo anche rispetto ai prezzi di mercato. Di fronte al fatto che noi abbiamo avuto mediamente da 1.200 a 1.800 lavoratori con contratto di solidarietà e al fatto che siamo passati a sei milioni annui di tonnellate d’acciaio, la dichiarazione di esuberi da duemila a cinquemila è ingiustificata. Se c'è qualcuno che pensa - ha concluso Rappa - di prendere il lavoratore e di metterlo in cassa integrazione come esubero strutturale, la Fiom non sarà disponibile a trattare».

ACELORMITTAL: FALSA IDEA DI CHIUDERE - «Abbiamo aggiornato il nostro approccio per la produzione di Ilva anche in ottemperanza a quanto richiesto dall’Aia: produrremo 6 milioni di tonnellate nei 3 altiforni di Ilva. Comunque, forniremo anche 2 milioni di tonnellate addizionali di bramme per l’attività di finitura, arrivando quindi a 8 milioni di tonnellate totali». Così il gruppo AcelorMittal precisa rispondendo alle dichiarazioni di Rosario Rappa, responsabile nazionale Fiom per la siderurgia.
«L'idea che vogliamo chiudere Ilva - affermano dal colosso siderurgico in corsa per l’acquisizione del gruppo siderurgico italiano - è totalmente priva di qualsivoglia fondamento. Al contrario, ci impegneremo a fondo per riportare Ilva alla sostenibilità economica e siamo convinti di essere la sola azienda che possa vantare l’esperienza e i risultati comprovati per farlo con successo». 

CODACONS: RESPINGERE PATTEGGIAMENTI ANCHE A TARANTO - «Anche nel processo di Taranto si chiuda la porta a qualsiasi possibilità di accordo in favore degli imputati». E’ quanto auspica il Codacons all’indomani della decisione del gip di Milano, Maria Vicidomini, di respingere le richieste di patteggiamento avanzate da Adriano, Fabio e Nicola Riva, nell’ambito del procedimento con al centro il crac del gruppo.

«La sproporzione tra le pene concordate - osserva il Codacons - e la gravità dei reati che ha condotto il Gip milanese a respingere la richiesta di patteggiamento trova perfetta rispondenza anche nel processo in corso a Taranto per il presunto disastro ambientale causato dall’Ilva. Non è in alcun modo pensabile che si possa giungere a patteggiamenti o accordi con chi è accusato di gravissimi reati e di aver distrutto l'ambiente e portato migliaia di tarantini ad ammalarsi anche gravemente». Per tale motivo, conclude l’associazione, che nel processo a Taranto rappresenta numerosi residenti affetti da malattie legate all’inquinamento dell’aria, «ci opporremo a qualsiasi ipotesi di patteggiamento e chiederemo alla Corte d’Assise di Taranto di rispedire al mittente proposte di accordi avanzate dagli imputati, così come ha fatto il Tribunale di Milano».

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