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L'ultimo canestro di Gianluca l'ignorante

L'addio di Basile: «Il segreto non sono i punti, ma la leadership»

L'ultimo canestro di Gianluca l'ignorante

di Ninni Perchiazzi

Il re del «tiro ignorante» dice addio alla palla a spicchi. Gianluca Basile da Ruvo di Puglia, classe 1975, appende le scarpette al chiodo dopo ventuno anni di successi, 6.796 punti segnati e 1.177 assist in 748 partite (tra serie A1 e Acb, il torneo spagnolo), 4 campionati nazionali vinti (due scudetti e due titoli iberici), tre Copas del Rey, due supercoppe spagnole e due titoli di Mvp (campionato e playoff).

Un palmares di tutto rispetto che diventa straordinario con i risultati conseguiti con la maglia azzurra: un’oro (Francia 1999) e un bronzo Europeo (Svezia 2003) e il mitico argento olimpico ad Atene 2004, a cui si aggiunge il secondo posto ai Giochi del Mediterraneo, a Bari nel ‘97. Ben 211 presenze (5º assoluto) con 1.626 punti segnati in undici anni di carriera con la nazionale, che gli sono valsi il titolo di Grand’ufficiale della Repubblica.

Il «Baso» abbandona il basket dopo un’avventura cominciata nel 1995 con Reggio Emilia, proseguita poi con la Fortitudo Bologna (dal ‘99), il Barcellona (2005), Cantù (2011), Milano (2012) e Capo d’Orlando (2013). Fino all’altro giorno quando il presidente Sindoni gli ha fatto un’offerta per giocare le Final Eight di Rimini con Capo d'Orlando proprio contro la Reggiana, la sua prima squadra. Sarebbe stata la chiusura di un fantastico cerchio, ma Gianluca, fermo da sei mesi, ha gentilmente declinato, senza ancora aver pensato cosa farà da grande. «Per ora mi riposo, vado a pescare, vado a funghi, ma soprattutto voglio fare il papà, ho tanto tempo da recuperare», dice.

Da Reggio Emilia alla Sicilia, passando per Bologna, Barcellona e la Lombardia, dopo 21 anni è tempo di tornare nell’amata Puglia.

«Al momento non è prevista una data di ritorno in Puglia. A Capo d’Orlando io e la mia famiglia soprattutto (la moglie Nunzia e le tre figlie di 11, 13 e 18 anni, ndr) stiamo bene. Mi hanno sempre seguito, adesso tocca a me stare dove loro si trovano bene» .

Quando ha pensato di dire basta col basket?

«L’intenzione c’era già da qualche anno, ma smettere non è mai facile, così sono andato avanti fino a quando non ne potevo più. In realtà volevo lasciare già lo scorso a metà stagione, speravo di far cadere il mio ritiro nel silenzio, ma voi giornalisti volete l’ufficialità. Ed eccola».

Torniamo per un attimo ai primi anni ‘90, quando tutto è iniziato, tra il basket e i campi con papà.

«La scuola non tanto la gradivo, così mio padre mi portava in campagna a lavorare, ci alzavano alle 4 la mattina. Poi nel 1993 arrivò la richiesta per provare a Reggio Emilia in A2. L’anno prima a Cantù mi avevano scartato. Mi presero e andai al volo anche grazie all’aiuto dei miei genitori che pagarono il cartellino, perché Reggio non voleva sborsare soldi».

Due anni in A2, la promozione in A1 e l’esplosione ai playoff. Cosa ricorda?

«Eliminammo Milano e Treviso, poi perdemmo con la Fortitudo Bologna, dove approdai l’anno successivo».

Da Consolini a Skansi a Boniciolli, da Repesa a Ivanovic, Pasqual, Trinchieri, Scariolo, fino a Griccioli e Di Carlo. Chi è stato il più importante?

«Ritengo di aver avuto grandi rapporti con tutti, ma Repesa mi ha insegnato ad essere leader. Che non è solo chi segna 30 punti, ma chi dà esempi positivi dentro e fuori dal campo, anche se senza parlare molto, aiutando tutti ed essendo un punto di riferimento. Certo devi essere un bravo ragazzo, ma poi devi fare canestro».

La nazionale è una storia a parte.

«Messina mi ha fatto debuttare, poi con Tanjevic ho imparato disciplina e mentalità difensiva. Con Charlie (Recalcati, ndr) io ero un senior, c’era maggiore libertà, ma devi avere la giusta mentalità».

I compagni di squadra che porta nel cuore?

«Andrea Meneghin e Galanda, con entrambi ho diviso la stanza. Poi Bulleri e Soragna. Ma anche De Pol e Pozzecco. Eravamo un gruppo granitico e noi eravamo i leader».

La vittoria più importante?

«Tutte, ma l’argento di Atene è il top. Poi i due scudetti Fortitudo e l’Eurolega».

La partita del cuore?

«La semifinale di Atene contro la Lituania (segnò 31 punti, ndr), significava la certezza della medaglia alle Olimpiadi».

Il rammarico più grande?

«Non ce ne sono. Forse l’infortunio al sesto anno al Barça che mi è costato la riconferma e l’anno di Milano, l’unico che non è andato bene».

Si è fatto un’idea del Brindisi?

«Sono alla Final Eight e mirano ad entrare nei playoff. C’è Sacchetti, ma non mi sembrano a livello di prime quattro».

Sarà ricordato per essere il re del «tiro ignorante». Ci pensa?

«Spero non solo per quello. Quando in tv qualcuno lo tira in ballo, chiamo al telefono per ricordare che non si accettano imitazioni. L’unico re sono io».

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