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Domenica 17 Dicembre 2017 | 20:44

L'inchiesta sfiora la puglia

Cyberspionaggio
«Occhionero a Taranto
promise tanti soldi»

Conte: proposero un nuovo terminal, ma senza un progetto

Cyberspionaggio «Occhionero a Taranto promise tanti soldi»

di Mimmo Mazza

TARANTO - «Stanno aspettando soldi da Taranto? Veramente siamo noi a Taranto che stiamo aspettando il loro maxi investimento». Michele Conte, presidente dell’autorità portuale di Taranto nel 2007, quando il pressing di Giulio e Francesca Occhionero, i due fratelli arrestati dalla Polizia postale per cyberspionaggio, era diventato asfissiante, replica così alle dichiarazioni della mamma dei fratelli Occhionero. La signora Marisa Ferrari Occhionero al Corriere della Sera di ieri nel difendere i suoi due figli, ha spiegato che avevano problemi economici anche perché attendevano i soldi da Taranto per un progetto fatto al porto. Tramite le società da lui controllate Sira e Westlands Securities, Giulio Occhionero il 7 giugno del 2005 propose all’autorità portuale di Taranto di realizzare un nuovo terminal container e un distretto tecnologico, con un investimento di un miliardo di euro e la creazione di quasi 2000 posti di lavoro. Progetto rimasto però sulla carta, anzi nemmeno quella.

«A fronte di una ipotesi di investimento - racconta Michele Conte alla Gazzetta - che variava periodicamente da 800 a 1.000 milioni di euro, non è mai stato presentato un progetto preliminare, fatto essenziale per avviare la relativa procedura autorizzativa da parte del Cipe». Michele Conte ricorda che lui stesso, da segretario generale dell’autorità portuale tarantina prima ancora di assumere la carica di presidente, aveva previsto l’ampliamento del molo ovest ma che tale ampliamento era subordinato all’approvazione del nuovo piano regolatore portuale. Per aggirare questo ostacolo, Occhionero, che seguiva a Taranto direttamente tutto l’iter, si rivolse ai palazzi della politica romana, trovando sponde, tanto è vero che fu inserito un apposito comma Taranto nella finanziaria del 2007. «Io non me la sentivo di rilasciare la concessione in assenza di garanzie. Occhionero aveva un atteggiamento spocchioso ma si capiva lontano un miglio che non era sprovveduto e che aveva gli agganci giusti. Alcuni funzionari ministeriali fecero arrivare la voce che era massone. Lui mi consegnò anche una bozza di concessione assolutamente irricevibile perché spostava tutti gli oneri sullo Stato. Chiesi notizie al consolato americano di Napoli, visto che Occhionero sosteneva di avere come finanziatori alcuni fondi pensionistici americani. Con mia grande sorpresa, a Napoli i funzionari del consolato caddero dalle nuvole, nessuno conosceva Giulio Occhionero. Il comma Taranto spostò, comunque, la partita al Cipe, ma anche il Cipe, come me, fece la stessa richiesta, ovvero serviva un progetto preliminare per avviare la procedura. Dovette arrendersi anche l’allora ministro Di Pietro col quale all’epoca su quel progetto ebbi forti divergenze».

Giulio Occhionero all’improvviso smise di venire a Taranto. «Ma dalla magistratura, che mi notificò un avviso di proroga delle indagini preliminari - conclude l’ex presidente Conte - ho poi saputo che mi aveva denunciato per abuso d’ufficio, ritenendomi responsabile della mancata realizzazione del suo piano di investimento. Incredibile». Denuncia poi archiviata dal pm Remo Epifani alla luce della documentazione prodotta dagli avvocati Carlo e Claudio Petrone, difensori di Conte.

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