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Lunedì 23 Aprile 2018 | 07:41

Potenza

Nacque e morì in 2 ore
a processo il ginecologo

Rinvio a giudizio per il dottor Domenico Orlando del S.Carlo

Nacque e morì in 2 ore  a processo il ginecologo

di Giovanni Rivelli

POTENZA - Inizierà il prossimo 14 dicembre il processo per omicidio colposo a carico di un ginecologo in servizio presso l’ospedale San Carlo di Potenza, il dottor Domenico Orlando (difeso dall’avv. Donatello Cimadomo) per la morte di una neonata due ore dopo la nascita. Lo ha disposto ieri il Gup del Tribunale di Potenza accogliendo la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura a seguito della imputazione coattiva chiesta dal Gip.

Una vicenda articolata quella che ora approderà davanti al giudice monocratico. Perché al giudizio si arriva dopo che per ben due volte la pubblica accusa aveva chiesto di mandare il fascicolo (che inizialmente riguardava due medici) in archivio e a seguito di ben due approfondimenti tecnici richiesti dal giudice delle indagini preliminari, il primo con nuovi quesiti formulati ai consulenti della Procura, il secondo (a seguito dell’opposizione dei legali dei genitori della neonata, gli avvocati Luciana Iannielli e Luciano Petrullo) con consulenti propri.

I fatti si verificarono il 6 gennaio del 2013 quando il dottor Orlando era in turno di medico di guardia. La madre della bimba, nella fase terminale della gravidanza, era arrivata nel primo pomeriggio in ospedale in preda alle contrazioni. Secondo l’accusa, «pur risultando dubbi i tracciati cardiotocografici eseguiti alla donna, ometteva di provvedere all’immediato espletamento del parto cesareo che veniva effettuato con ritardo solo dopo le 16 quando la situazione si presentava come urgente già a partire dalle 17.35». Venticinque minuti di ritardo che potrebbero essere stati fatali. «L’analisi della documentazione presente agli atti - ha spiegato il consulente del Gip - consente di ricondurre il decesso della neonata ad una sofferenza fetale acuta di tipo ipossico» (ossia con carenza di ossigeno nell’intero organismo) e il perito dopo aver rappresentato alcune perplessità sulle modalità di esecuzione del monitoraggio con i tracciati, ha affermato che «la prosecuzione del travaglio sarebbe stata giustificata solo al verificarsi di condizioni ostetriche locali che avessero ragionevolmente indicato una sua rapida evoluzione fino all’espletamento del parto per via vaginale» mentre «la situazione ostetrica locale al momento della registrazione cardiotocografica era di una dilatazione quasi completa ma con parte presentata non ancora impegnata, circostanza che avrebbe dovuto suggerire la non imminenza del parto o comunque un parto che sarebbe avvenuto in tempi non compatibili con l’attesa derivata dalla situazione ostetrica obiettivata». Quindi «Invece di perseverare nella gestione del parto per vie naturali, pur in presenza di anomalie nel battito cardiaco fetale, i medici che ebbero in cura la paziente avrebbero dovuto espletare il parto nel più breve tempo possibile» mentre il taglio cesareo «fu eseguito con 80 minuti di ritardo rispetto al momento in cui doveva ritenersi indicato».

In conclusione un parto «gravato da elementi di imprudenza e imperizia, non essendosi attenuti i medici a protocolli e alle buone prassi accreditate dalla comunità scientifica» di cui si occuperà ora il Tribunale.

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