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Domenica 22 Ottobre 2017 | 03:11

reportage

Miracolo continuo a Rignano
qui il Ghetto risorge sempre

tra gli immigrati in capitanata Un'orgogliosa sopravvivenza in una campagna assediata dai rifiuti

 Miracolo continuo a Rignano qui il Ghetto risorge sempre

di TONIO TONDO

Sono i carpentieri del SubSahara. Lavorano dall’alba a ricostruire traballanti baracche nel letamaio di terra e fanghiglia di plastiche e pezzi di amianto inceneriti all’inizio di dicembre. Venti, trenta a ogni turno. La novità è che le baracche devono essere ricostruite distanziandole l’una dall’altra. La disposizione è del consiglio dei capi delle etnie. L’ultimo incendio (nella notte tra il 1° e il 2 dicembre), il quarto da quando 15 anni fa è nata la baraccopoli, ha distrutto l’area centrale del campo, 150 forse 200 alloggi. Tutti addossati l’uno sull’altro. Un po’ di spazio aiuterà quando ci sarà il prossimo incendio. Lo chiamano il «Ghetto», anche loro, i residenti. Un buco nero nella campagna, ai confini dei feudi di Foggia, San Severo e Rignano Garganico; 18 chilometri dal capoluogo, al termine di stradine dissestate, buche che solo i residenti del campo conoscono e sanno evitare con le loro auto sgangherate.

Siamo nel cuore della Capitanata, forziere agricolo d’Italia, il primo per estensione di superficie coltivata con 550mila ettari. Dal vino all’olio, dai cereali agli ortaggi. È la miniera del pomodoro per l’industria conserviera, 18mila ettari in calo rispetto ai 25mila di dieci anni fa (circa 300 milioni di fatturato, con un costo della raccolta all’epoca di quasi 50 milioni), poi l’intera filiera delle verdure, i broccoli tra dicembre e gennaio. Un’agricoltura un tempo ad alta intensità di lavoro, adesso di meno con un misto tra trattori hi tech col supporto satellitare e manodopera africana.

È un’esplosione di energia nera, il cantiere della ricostruzione. Tutti giovani, 25-30 anni. Mali, Gambia, Costa d’Avorio, Senegal, Burkina Faso, i Paesi d’origine. Un ribollire di colpi di martello, di tagli di vecchie tavole rivitalizzate dal lavoro, infissi ricavati da legni più solidi ripiantati in buche più profonde. Al Ghetto non sono come i bulgari di Borgo Mezzanone che dopo gli incendi aspettano. A Capodanno tutto sarà come prima, anzi più forte e meno precario. Il materiale, povero e riciclato, è già pronto: cartoni, coperture di serre abbandonate, plastiche rigide con canaletti, stampi di cartongesso recuperati nelle discariche abusive. Un via vai di vecchie auto con carichi di ogni genere assicura i rifornimenti: gli africani sanno ricostruire con gli scarti dei foggiani.

Il Ghetto rinasce come la Fenice dalle sue ceneri. È la forza della disperazione, ma non solo, che spinge al «miracolo». Questi uomini provengono tutti da zone molto difficili, spinti dalle famiglie e dalle comunità di villaggio. Sono partiti tra pianti e grida. Ogni mese mandano a casa almeno 50-60 euro, i più fortunati anche di più. Non farlo, assumerebbe il significato di un tradimento. La gran parte è partita per non tornare. Rientrare nei villaggi? Una sconfitta e una vergogna. Ricostruire le baracche, quindi, significa ripristinare le condizioni minime. Significa soprattutto agire, rilanciare nella propria testa il piano di vita che li ha plasmati nel viaggio, evitare la tentazione di accidia e autoemarginazione.

È una risposta alla disumanizzazione, l’altra faccia, brutale, dell’immigrazione dei disperati. Non fare nulla, spostarsi nelle periferie delle città e dormire dentro un cartone, chiedere riparo in un casolare abbandonato, rompere con la comunità del campo, tutto questo comporta restare solo e perdere l’ancoraggio con il retroterra etnico e comunitario. Una deriva verso l’abbrutimento. Qui nessuno muore di fame, dice Diego De Mita, il responsabile dell’Anolf Cisl (Associazione nazionale oltre le frontiere). Si può restare anche senza un euro in tasca, ma un pasto al giorno comunque il campo lo assicura.

Da mesi i rifiuti non li raccoglie nessuno. Spesso li bruciano. Solo l’acqua è garantita dalla regione, e il servizio è gestito con oculatezza. Nessuno spreco. Con una bottiglietta due giovani sono capaci di lavarsi la faccia due volte al giorno. Un piccolo gruppo elettrogeno per tenere accese le poche lampade. Per il resto, nessun servizio. Né si fa vedere nessuno, escluso i volontari. Medici senza frontiere hanno dovuto chiudere l’ambulatorio, sembra per assenza di aiuti. Scomparsi anche i pochi bagni chimici. Gli atti fisiologici sono affidati alla campagna. È un miracolo che non sia esplosa qualche epidemia. L’ultimo politico che si è interessato del campo è stato Guglielmo Minervini, morto all’inizio di agosto. Si attende un nuovo progetto della regione.

Nel frattempo è il «disconoscimento». Un’ambiguità terribile percorre i nostri cuori e le nostri menti. Non siamo razzisti. Nel nostro cervello non si agitano ideologie radicali e settarie. Ma l’operatività e la capacità di organizzarci non sono il nostro forte. In Capitanata, per anni si è discusso di un superamento del Ghetto e delle altre baraccopoli come Mezzanone. I braccianti neri servivamo, in particolare l’estate. Solo per raccogliere i pomodori c’era bisogno di 13mila lavoratori. Istituzioni politiche e aziende lo sapevano, e però si faceva finta di nulla. Non solo in Puglia. La stessa storia in Sicilia e in Calabria per gli agrumi. A Villa Literno in Campania.

Il Ghetto è come un barcone abbandonato e stracarico di naufraghi. Si gonfia e si sgonfia, da poche centinaia e 1500 presenze. Un via vai continuo, ma su una base materiale precaria e di straordinaria densità umana. È una zattera supervissuta e coinvolgente, con un suo richiamo di umanità e di scambi. L’Altro, in questo caso, non è l’altrove, ma sta tra di noi. Chi vuole sapere e conoscere storie viene qui perché incontrando Mamadou, Modou, Moussem Mohammed, s’incontrano e si possono apprendere i racconti e le culture dei loro popoli e dei loro villaggi.

La domenica c’è mercato. Povere cose in attesa di acquirenti che vengono dalla campagna: coperte usate, pantaloni, scarpe, calze, magliette di lana grezza, qualche giaccone, pentole, povere cassette per gli attrezzi, un lume da campo, oggettini di artigianato africano. Il campo si è allargato. Stretti viottoli nel fango si incuneano nella campagna. Odori acri. Ai lati piccoli commerci di diversi genere, dalla pasta alla frutta, dalle patatine fritte alle bevande gassate, un servizio di ristorazione, uno per il lavaggio degli indumenti, una piccola officina per riparare vecchie bici. Una piccola borghesia commerciale si è sviluppata grazie ai soldi dei braccianti e richiede nuove regole. Così il consiglio delle etnie, in tutto sette membri, ha stabilito un pacchetto di misure: multe per chi commette atti di violenza e si ubriaca, pene più severe per chi ruba, rispetto dei contratti verbali, controllo a vista di ingressi e movimenti. Anche la prostituzione è sottoposta alla vigilanza.

Disconoscimento e autoisolamento identitario rappresentano lo stesso discorso, ma entrambi sono i sintomi dell’autodifesa. Una comunità di mille e più individui è sopportata se reclusa nella campagna. È un cosmopolitismo povero e marginale, di entità che coesistono, senza dialogo. Eppure le dinamiche umane sono profonde e saltano i recinti. I fili delle relazioni, sociali ed economiche, si sviluppano e crescono. L’energia della ricostruzione del Ghetto è un messaggio alla Capitanata e all’Italia. Anche noi ci sappiamo fare e possiamo essere utili.

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