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Lunedì 20 Novembre 2017 | 14:39

già detenuto per violenza sessuale

Soffocò figlia di 3 mesi in ospedale
arrestato 29enne altamurano
«Puntava a un risarcimento»

Soffoca figlia di tre mesi arrestato 29enne barese

BARI -  Soffocata nella culla dell’ospedale a soli tre mesi dal padre affetto da un disturbo psichiatrico. Giuseppe Difonzo vedeva sua figlia «come capro espiatorio di tutte le frustrazioni, come fosse la persecuzione da sopprimere». Con l’accusa di omicidio volontario premeditato i Carabinieri hanno notificato al 29enne di Altamura un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del Tribunale di Bari Roberto Oliveri del Castillo. L’uomo era già detenuto da aprile per violenza sessuale su una 14enne, figlia di un’amica di famiglia.

«L'ideazione diabolica», come scrive il gip, che ha portato Difonzo a uccidere la figlia «nel modo più atroce, in circostanze di tempo e di luogo e con modalità raccapriccianti, in una abominevole sequenza di morte» sarebbero da ricollegarsi ad un disturbo psichiatrico. Il 29enne risulta infatti affetto da 'sindrome di Munchausen per procurà, una patologia che porta chi ne soffre a provocare dolore su se stesso e poi sui propri figli per attirare l’attenzione. Si tratta - secondo quanto sostiene la procura - del primo caso in Italia di un padre omicida affetto da questa sindrome. Prima che Emanuela, sua figlia, nascesse il 29 ottobre 2015, Giuseppe era stato ricoverato 28 volte in quattro anni. Da mal di testa a dolori addominali, da finti tentati suicidi a perdita della sensibilità agli arti. In una occasione, come raccontato da sua madre, inventò di aver ingerito un’intera confezione di aspirine finendo d’urgenza in ospedale. Quando sua figlia è nata avrebbe trasferito questo malessere su di lei. Approfittando dei momenti in cui la madre della piccola - inconsapevole di quanto avveniva e con un passato di violenze subite e marginalità sociale - non c'era, avrebbe tentato di soffocarla portandola poi al pronto soccorso per crisi respiratorie.

Nella sua breve vita, la bambina è stata ricoverata in quattro diversi ospedali per 67 giorni in meno di tre mesi fino alla notte fra il 12 e il 13 febbraio 2016, quando è morta. Ma, probabilmente, avrebbe potuto salvarsi. Il primario della Neonatologia del Policlinico di Bari già a dicembre aveva infatti segnalato al Tribunale per i Minori i suoi sospetti su possibili maltrattamenti subiti dalla bambina perché durante i ricoveri non erano emersi motivi clinici per spiegare le crisi respiratorie. I giudici, a gennaio, avevano disposto l’affido in comunità, revocato alcuni giorni dopo sulla base della relazione degli assistenti sociali di Altamura. Riaffidata ai genitori e tornata a casa il 2 febbraio, la piccola è stata di nuovo ricoverata dopo una settimana. Stando alla ricostruzione fatta dai militari del Nucleo Investigativo di Bari e della Stazione di Altamura, coordinati dal pm Simona Filoni, la mattina del 12, intorno a mezzogiorno, Difonzo aveva già tentato di soffocarla. Testimone oculare di questo episodio è un bambino di 3 anni e mezzo, ricoverato nella stessa stanza della vittima. Il bimbo, sentito poi dagli inquirenti baresi in ascolto protetto, ha mimato i gesti del padre di Emanuela, le pressioni su fronte, viso, petto e pancia, utilizzando un bambolotto di pezza. Dodici ore dopo Giuseppe Difonzo, di nuovo solo con la bambina nella stanza di ospedale è riuscito nel suo intento. Avrebbe anche abbassato il volume del sistema di allarme dello strumento che monitorava i valori della piccola paziente, chiamando aiuto solo alcuni minuti dopo, quando ormai era sicuro che per la figlia non c'era più nulla da fare. Dagli atti dell’indagine emergono particolari raccapriccianti sulla personalità del 29enne che ha voluto assistere all’autopsia e che, dopo aver ucciso la figlia, ha costruito un «castello di bugie» per allontanare da sé i sospetti.

Avrebbe poi anche tentato di  speculare sulla morte della piccola per ottenere un risarcimento accusando i medici e tentando di «suscitare sentimenti di pietà e commozione» per ottenere donazioni da amici e conoscenti, sacerdoti e persino usurai. Nelle numerose telefonate intercettate, ce n'è una anche con il Vaticano il cui il 29enne chiedeva di parlare con il Papa.

COS'E' LA SINDROME DI MUNCHAUSEN - Quando l’abuso passa per la troppa cura, ovvero la 'sindrome di Munchausen per procurà, una patologia psichiatrica, identificata tra i primi dal pediatra Roy Meadow nel 1997, che porta un genitore, quasi sempre la madre, a simulare o provocare malattie nei figli per attrarre l'attenzione degli altri su di sé. Rientra in questa tipologia, secondo la procura di Bari, il caso del padre di Altamura che dopo aver tentato più volte di soffocare la figlia di tre mesi l'ha uccisa, nel febbraio scorso, in una culla dell’ospedale in cui era stata ricoverata per l’ennesima volta.
Un fenomeno di abuso sommerso esercitato, appunto, il più delle volte dalle madri, tanto che la procura di Bari arriva a dire che quello di Altamura è il primo caso di omicidio in Italia da parte di un padre affetto da sindrome di Munchausen.
Le persone affette da questo disturbo mentale arrecano volontariamente danni al figlio o gli somministrano farmaci mai prescritti da alcun medico. Il bambino viene usato quindi per appagare un desiderio inconscio del genitore di mettere in atto un dramma personale e rinforzare la sua relazione con medici o ambiente ospedaliero. Questi bambini, infatti, sono spesso ricoverati dallo stesso genitore abusante.
Il genitore inventa sintomi e malattie per curare le quali sottopone il figlio ad un’infinità di accertamenti medici e diagnostici, spesso invasivi, inutili e ingiustificati. In America il fenomeno risulta essere ormai diffuso quasi quanto gli abusi sessuali in famiglia.
Un elemento che rende questo abuso poco identificabile è il fatto che i genitori che esercitano questo tipo di violenza sono all’apparenza particolarmente solleciti e attenti al loro bambino. Ciò trae in inganno anche i medici che difficilmente arrivano a pensare che sia stata invece proprio il genitore ad avvelenare o soffocare il figlio o indirettamente ne abbia causato addirittura la morte.
La sindrome, che prende il nome dal barone von Munchausen, un nobile mercenario tedesco del XVIII secolo famoso per le sue bugie, è detta 'per procurà perchè i sintomi delle immaginarie malattie sono proiettate dal genitore sui figli. Il bambino vittima di questa forma di abuso rischia seri danni fisici e psicologici e, spesso, la vita. La persona che esercita questo tipo di violenza ha forti disturbi della personalità di tipo isterico o narcisistico, arriva spesso ad alterare gli esami diagnostici del figlio per convincere i medici della presenza di una patologia e, appunto, somministra farmaci che nessuno ha mai prescritto al bambino.
Gli esperti hanno inoltre scoperto come la sindrome abbia delle caratteristiche 'serialì. Un genitore 'Munchausen' arriva spesso a spostare la sua attenzione patologica da un figlio all’altro, di preferenza all’ultimo nato.

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