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a matera

Tra i segreti di Timmari
collina delle meraviglie

sito archeologico Timmari

di PASQUALE DORIA

MATERA - C’è il neolitico e il medioevo. Tutto insieme per millenni in cima a una collina che, a meno di dieci chilometri di Matera, si affaccia sulla valle del Bradano. Timmari verde, ricca di storia e incustodita, alla mercé dei tombaroli che l’hanno depredata e saccheggiata di chissà quali e quanti tesori. Non c’è neppure un cancello a impedire l’accesso alla necropoli, in buona parte scoperta nel corso durante diverse campagne archeologiche, senza contare che tutta questa zona non è mai stata seriamente valorizzata come si deve. Non certo per quanto riguarda la possibilità di una visita ora appannaggio solo di pochi appassionati.
Come scriveva l'archeologo Dinu Adamesteanu nel 1971, il massimo della floridezza questo centro perennemente abitato lo raggiunse sul finire del IV secolo e l’inizio del III secolo avanti Cristo. «Tereccotte figurate, vasi, bronzi e monete, che indicano non soltanto la vastità delle correnti artistiche che facevano capo all’antico centro, ma anche la sua vitalità». Per Adamesteanu «le monete, in special modo quelle di Terina, indicano un vasto traffico in mezzo al quale si trovava l’ignota città di Timmari». Ma molto noto già in tempi antichi doveva essere il santuario che sorgeva sulla sua sommità. «Della massima importanza - aggiungeva in proposito - sono i grandi busti fittili, i primi finora rinvenuti nella Lucania».

Nel 1980, Elena Lattanzi sottolineava che Timmari, fin dal neolitico medio, «era in relazione con quella rete di tratturi che solcava la regione delle Murge già da epoca remota e che sarebbe stata ricalcata in seguito, almeno in parte, dalla via Appia». È il reticolo dei tratturi parzialmente giunto fino a giorni nostri attraverso i quali avviene ancora oggi, anche se in forme molto ridotte, la transumanza.
Ecco come si arriva al culto della Madonna di Picciano, dove sorge un noto santuario, per secoli crocevia di scambi e transito di greggi e mandrie. Quanto alla presenza di busti fittili, «unici in Basilicata e rari in altri santuari, la qualità di altri ex-voto, derivati da modelli o anche da matrici tarantine e metapontine, la qualità di monete da numerosi centri magno-greci nel tesoretto della stipe di Timmari, sono tutti elementi che indicano l'importanza del santuario, certamente molto frequentato nell'antichità. Interessante qui notare una sopravvivenza popolare del culto della dea Timmari nel santuario, localmente ben noto, di Picciano (non lontano dal pianoro di San Salvatore) dove la Madonna venerata dal popolo è raffigurata uscente da una nuvola, a mezzo busto, quasi come nei busti fittili della stipe di Timmari».
Una tesi straordinaria che ci riporta alle nostre radici più profonde, confermando la ricchezza di un territorio ancora ricco, soprattutto da conoscere, tutelare e valorizzare.

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