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Natuzzi denuncia il sommerso
tra i cassintegrati: è sleale

Gli operai, pur di arrotondare, lavorano in piccole aziende di salotti. La replica del sindacato: tiri fuori le prove

Natuzzi offre incentivi a chi assume suoi cassintegrati

BARI - Trascorre le serate in ristorante, sino a tarda notte un cinquantenne dell’hinterland barese. Sgusciando cozze e grigliando carne nel retrobottega. In mobilità da un anno volge lo sguardo altrove ed evita di parlare. Ma è chiaro che, con una famiglia a carico, la sua indennità di poco più di ottocento euro al mese non basta, così arrotonda come può il bilancio familiare. Impreca e parla di un futuro nero, come il colore del lavoro sottopagato, privato dei diritti e di quella luce necessaria a renderlo dignitoso. Un colore che a volte si fa necessità e che veste le giornate quando il lavoro, quello vero, finisce e il confine tra vivere e sopravvivere si fa sottile.
La denuncia è venuta a voce alta da Pasquale Natuzzi, il re dei divani. Ha spiegato come molti lavoratori in cassa integrazione «arrotondino» lavorando nel sommerso di piccole aziende che sfornano divani e salotti, confezionati dunque da artigiani esperti venduti a prezzi concorrenziali. Se pago così poco i lavoratori, potrò anche tenere i prezzi bassi. Concorrenza sleale? Sì, ma siamo in guerra, com’è noto. Natuzzi ha gridato allo scandalo. Qualcuno sa bene che l’imprenditore ha ragione, qualche sindacalista ha storto il naso (Felice Di Leo, ex dipendente e sindacalista Usb: «‹Se è vero Natuzzi tiri fuori le prove»), qualcun altro continua a giocare sporco.
E i lavoratori stanno nel mezzo, in quel limbo di disagio e bisogno dove poche centinaia di euro, assolutamente in nero, ti aiutano a campare. Ne sa qualcosa un carpentiere di 35 anni, della provincia barese, due figli e una moglie a carico. Dopo la chiusura dell’ultimo cantiere, la disoccupazione non basta: lavora senza contratto in una impresa di costruzione. Riesce solo a dire che per evitare problemi e rischio incidenti il «capo» lo fa lavorare sempre sul piano strada, senza farlo salire su scale od impalcature, così, per evitare guai molto più seri.
Poi ci sono i braccianti agricoli, quelli con le 120 giornate al massimo dichiarate all’anno, il resto dei giorni a nero e la disoccupazione agricola ad integrazione della giornata guadagnata. Sfumature di nero, direbbe qualcuno. Come l’operaio di una grande azienda nella zona industriale di Bari, con tre figli a carico e tanta paura del futuro. A 38 anni, aggiunge alla cassa integrazione quel che riesce a guadagnare lavorando in campagna. «È l’unica soluzione per portare a casa qualche euro in più – racconta chiedendo , com’è ovvio, l’anonimato - ho cercato di utilizzare il tempo facendo qualcosa che mi permettesse non solo di arrotondare ma anche di imparare un altro mestiere che potesse essermi utile in futuro». Altri suoi colleghi confessano di avere provato a trovare un «lavoretto» ma che la paura di essere scoperti e di perdere tutto è tanta, soprattutto da parte degli imprenditori. Più facile sbarcare il lunario per chi sa fare lavori artigianali, offrendosi ad amici e parenti per servizi di muratura, idraulica, elettricista e riparazioni varie. Nelle piccole aziende, poi, un’altra sfumatura del nero racconta di imprenditori che assumono, licenziano, ti fanno fare «domanda» per l’indennità di disoccupazione e poi ti richiamano a lavorare offrendoti un salario fuori busta ad integrazione della indennità ricevuta. Fatti e misfatti raccontati in un orecchio, strizzandoti un occhio per invitarti al silenzio e alla comprensione.
Tra cassa integrazione, mobilità e mobilità in deroga è durata invece cinque anni e tre mesi l’agonia degli ex lavoratori Om. L’azienda ha chiuso i cancelli nel luglio 2011 e nell’attesa che il nuovo investitore americano rimetta in moto lo stabilimento, per tutti questi anni, circa 200 dipendenti hanno vissuto arrangiandosi con poche centinaia di euro al mese. ‹‹Come si fa a sopravvivere con uno stipendio di circa 800euro? – spiega Vito Bottalico, rappresentante dei lavoratori – In questi anni chi ha potuto ha chiesto aiuto ai genitori anziani. La tentazione di cercare di arrotondare è forte ma non possiamo fare altro se non lottare per il nostro futuro››.

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