Venerdì 22 Giugno 2018 | 17:02

Reportage

«Io, Ponte senza nome
vi dico: amatemi e basta»

Pregi e difetti, virtù e disagi. Raccontati da un'altra prospettiva

«Io, Ponte senza nome vi dico: amatemi e basta»

di Gianluigi De Vito

Adesso parlo io. Sì, io: il nuovo Ponte dell’Asse Nord-Sud. Ponte senza nome.

Ieri mattina è venuto a farmi visita il cronista. Ha attraversato la mia schiena d’asfalto dieci, dodici volte, per chiedermi ragione del fiume di polemiche. Gli ho proposto un rovesciamento: la chiacchierata, impossibile, facciamola diventare un racconto surreale. Ha accettato. E così, racconto cosa mi inquieta, cosa mi fa felice. Sto al patto: riferirò di frasi vere. Tutta la verità, nient’altro che la verità. Non fosse altro perché giaccio perenne davanti agli uffici giudiziari.

Sono un neonato, ho dieci giorni di vita. La gestazione è stata lunghissima, mi avete visto formarmi un po’ per volta e per anni. Sapete tanto di me. Non vi sfugga che non ho ancora un’identità. Voi umani avete un nome già prima di emettere il vagito, noi del mondo delle cose dobbiamo aspettare che i vostri sondaggi e suggerimenti diventino decisione. Datevi una mossa, non è bello vivere nell’anonimato.

Come vorrei essere chiamato? Credetemi, mi importa poco. «Da dò a dà», «Patate riso e cozze», «Dalfino», «Labriola», «Libertà»? Fate pure. La fine la burolingua conta poco. Perché noi, strade, ponti, piazze, siamo conosciuti per come i baresi trovano comodo indicarci. Vox popoli, vox dei. Confesso, non mi rallegra sentirmi chiamare «Ponte del Cimitero», ma tant’è. Resto comunque uno dei più bei ponti del Sud, unico, forse, anche considerando le due sponde dell’Adriatico. La prima parola del Nord è «aiutami», la prima parola del Sud è «amami». E allora vi dico: chiamatemi come volete, purché mi amiate e la smettiate di tirarmi addosso critiche all’ingrosso.

Appartengo alla generazione dei ponti strallati, i «ponti sospesi», fatti appunto di stralli, di cavi, di tiranti. Il principio dei cavi in trazione dall’impalcato a una torre, detta antenna, è lo stesso. Nel caso del ponte strallato, invece di un cavo continuo agiscono tiranti indipendenti l’uno dall’altro, che si sviluppano tutti a partire dall’antenna. Non voglio tediarvi con queste robe da ingegneri, lo dico solo per garantirvi che gli stralli consentono una manutenzione più facile e meno costosa.

Ogni ponte racconta e scrive una storia scritta per un bisogno. New York o Londra, Roma o Venezia non sarebbe quel che sono. Non capisco tanta diffidenza attorno a me.

Certo non sono un’ opera prima. Fatevi un giro sul web e vedrete la mia famiglia ovunque, dalla Spagna al Nord Europa. Dal Puente del Alimillo a Siviglia (1992), al Ponte delle Corde (2008) a Gerusalemme, per citare il progenitore Santiago Calatrava. Potrei continuare. Ovunque suscitiamo meraviglia.

D’altra parte, mi pare che dopo l’astronave «San Nicola» del 1990 non sia stato realizzato nulla di rilevante, a differenza delle altre piccole e grandi città d’Europa dove opere pubbliche contemporanee lasciano di continuo segni di trasformazione.

Sono giorni che ascolto lamentele. Alcune mi sembrano degne di un’assemblea di condominio più che di una città metropolitana. Anche se allora non ero nato, mi dicono che polemica fu per lo stadio mondiale, come per il lungomare, per le piste ciclabili come, ora, per le palme di via Sparano. Per carità, divergere è ricchezza. Ma l’obiezione mossa, «opere non funzionali», sono finite sepolte. Mi rendo conto che io, Ponte senza Nome dell’asse Nord-Sud, sono stato concepito sul finire degli Anni Sessanta da papà Ludovico Quaroni, quando la tendenza curava il mal di traffico e connetteva gente e luoghi attraverso grandi infrastrutture. Ora si bada meno all’eccesso e più all’ecoimpatto. Ma senza di me potreste tagliare come lama la città, dalla zona del porto al Tondo di Carbonara, in una manciata di minuti?

Mi sentivo un po’ in colpa, lo ammetto. Adesso che vedo riaprire le stazioni di rifornimento ho il cuore più leggero. Sotto di me, in via Tommaso Fiore. Elio Perrino torna a sorridere. Ma so che nel 2014 ha ceduto la gestione della sua «Q8»: gli anni di chiusura di via Fiore, sbarrata per consentire che io nascessi, gli hanno infartuato gli incassi. Prima era gestore, ora un appaltatore. Ma ha riaperto.

Ogni volta che nonno Leonardo Lomanzo mi attraversa a bordo dello scooter con il quale accompagna e preleva il nipote da scuola, faccio un salto di gioia. Mi dice: «Sei fantastico, evito il traffico e lo smog della città». Gongolo anche quando Pasquale Teofilo scorrazza su di me . Ha 16 anni, frequenta lo scientifico, lo «Scacchi». Mi ripete: «Raggiungo non solo la circovallazione, ma anche altre zone della città, in un tempo che prima, dovendo percorrere via Brigata Regina, mi sognavo». Nicola Manzari arriva da Capurso e mi ringrazia per fargli guadagnare ogni giorno almeno 20 minuti di tempo: immaginate quanti mesi di stress in meno.

Non sono un santo, so bene di avere difetti. Qualcuno è già spuntato. Ho la pelle già ferita. Uno dei pannelli rossi che tappezzano i mie bordi ha già ceduto. Speriamo mi aggiustino, altrimenti non sarà il vanto di nessuno.

Ammetto che soffro già d’ansia. In entrambi i lati, le mie carreggiate confluiscono verso le rotatorie. Mi rendo conto dei «colli di bottiglia». Nicola Loiacono lavora alla Telecom e mi rinfaccia gli intasamenti prima delle 8 e delle 14, nei tratti finali. Ma iotrattengo il fiato soprattutto per quel che accade sul lato mare, ogni volta che vedo l’ammucchiata di bambini e genitori davanti ai cancelli della scuola d’infanzia e primaria «Clementina Peroni». I genitori ronzano alla ricerca di un parcheggio che non c’è perché gli spazi sosta disponibili a quell’ora, sono occupati. Mi dicono che un bambino sfuggito di mano alla nonna stava finendo sulla mia carreggiata. Dopo quell’episodio vedo ogni giorno una pattuglia della polizia municipale a gestire il viavai. Capisco la preoccupazione di Rosa Colella, ogni volta che accompagna e preleva la figlia da scuola. Mi ripete «Mio caro Ponte, devi ammettere che in entrambe le direzioni la marcia dei veicoli è più veloce. Le auto rallentano solo in prossimità della rotonda». Ma ci sono i limiti di velocità, eccome, se ci sono. Capisco anche Daniela Romito, altra mamma. Che mi grida: «Non voglio pensare ai pericoli che correremo durante le giornate di pioggia». Però ha ragione Antonia Colella, sorella di Rosa. Antonia in quella scuola ci lavora come maestra: «Ma non si può pretendere di far parcheggiare i genitori di tutti e mille gli alunni iscritti».

Dunque, l’effetto collaterale che mi contestano è di aver cancellato i parcheggi. Lucrezia Evangelista, commessa in un negozio di giocattoli, mi ribadisce che il crac è vicino perché nessuno più entra a fare acquisti, non potendo parcheggiare. Stessa lamentela di molti residenti di via Fiore. Pietro Zino, gestore di uno dei bar della zona, mi dice: «La soluzione c’è. Espropriare l’area tra il cimitero e via Scopelliti, davanti al Tribunale per minorenni, e trasformarlo in parcheggio pubblico. Pagheremmo il Comune e non gli abusivi. Anche perché lì succede di tutto, dagli scambi di coppia allo spaccio di droga». Pietro mi chiede anche del perché sotto il mio ponte c’è la ghiaia, quando avrei potuto acconsentire ad altri parcheggi. Confesso che non so rispondere.

Sono costernato per i disagi. Male diffuso, questo della carenza dei parcheggi. Concedetemi però una riflessione: ma in via Manzoni, mai chiusa al traffico, il commercio è risorto? E poi sono sicuro che chi impreca sugli effetti collaterali è lo stesso che quando passeggia nel borgo gotico di Barcellona a misura di pedoni festeggia e apprezza.

Diciamolo, io non esisterei se non ci fossero le auto. Carichino me, lascino liberi i vostri marciapiedi. E i vostri sguardi.

Mi amerete per questo: bello e indispensabile per la vostra civiltà sviluppista che va di fretta.

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Commenti all'articolo

  • dinox

    21 Settembre 2016 - 20:08

    io lo chiamerei ponte Zanardi e medaglie d'oro in onore delle para olimpiade

    Rispondi

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