Martedì 17 Luglio 2018 | 21:30

A Taranto

Marina, mazzette su forniture
chiesto il processo per 11

L'inchiesta esplosa due anni fa con l'arresto di alcuni ufficiali che avrebbero vessato imprenditori

marina militare

Sarà il giudice per l’udienza preliminare Anna De Simone a vagliare la richiesta di rinvio a giudizio firmata dal sostituto procuratore Maurizio Carbone nei confronti degli 11 imputati coinvolti nell’inchiesta sulla presunta tangentopoli nella direzione di commissariato della Marina Militare di Taranto. Il processo è stato chiesto per tutti gli ufficiali e sottufficiali implicati nell’indagine esplosa a febbraio 2014. Si tratta del capitano di fregata Roberto La Gioia, ex comandante del quinto reparto e primo militare a essere arrestato in flagranza di reato dai Carabinieri, guidati dal capitano Pietro Laghezza, e le cui dichiarazioni hanno permesso, secondo l’accusa, di disvelare il «sistema» imposto agli imprenditori aggiudicatari degli appalti. Costretti, secondo il pm Carbone, a versare il 10 percento dell’ammontare dell’appalto per ottenere la liquidazione delle fatture. Nei guai sono successivamente finiti anche Il capitano di fregata Giovanni Cusmano, direttore amministrativo del Centro di addestramento aeronavale di Taranto, il capitano di vascello Attilio Vecchi, all’epoca in servizio al comando logistico della Marina Militare di Napoli, il capitano di fregata Riccardo Di Donna, in servizio allo Stato Maggiore della Difesa di Roma, il capitano di fregata Marco Boccadamo, dello Stato Maggiore della Marina, il capitano di fregata Giuseppe Coroneo, vice direttore di Maricommi Taranto, il maresciallo Antonio Summa, il dipendente civile Leandro De Benedictis, il capitano di vascello Fabrizio Germani, il capitano di fregata Giovanni Caso e infine il suo parigrado Alessandro Dore.
Secondo l’accusa, gli ufficiali della Marina avrebbero imposto alle ditte dell’indotto un «vero e proprio pizzo» in modo «rigido e con brutale e talora sfacciata protervia». Un sistema che in questi anni «ha causato nel complesso - ha scritto il gip Pompeo Carriere nell’ordinanza che portò all’arresto di diversi imputati - danni notevoli sia alle singole imprese che all’intera economia locale». Per il magistrato, gli affari illeciti nell’indotto militare erano «fatti di concussione continuata di notevolissima gravità in quanto posti in essere nel corso degli anni modo sistematico diffuso con ferrea determinazione a delinquere».
Evidente, scrive il giudice negli atti dell’inchiesta «che gli imprenditori siano stati messi “con le spalle al muro”, costretti a pagare una indebita somma di denaro, senza averne alcun vantaggio o interesse (indebito), ma solo per ottenere un proprio diritto e onde evitare un danno in giusto». Un sistema sommerso scoperto dai carabinieri che, attraverso il materiale sequestrato, sono riusciti a ricostruire la suddivisione dei soldi e le percentuali che spettavano a ciascuno degli ufficiali coinvolti. A confermarlo, successivamente, furono le dichiarazioni di La Gioia che al pm Carbone confermò: «il 2,5 percento ciascuno al sottoscritto e al vicedirettore, 2 per cento a Vecchi, 1,5 percento al direttore e il restante 1,5 per cento veniva diviso in parti uguali tra il Summa e il De Benedictis». Ma nei ruoli, a seconda della permanenza nel comando, si erano di volta in volta avvicendati gli indagati permettendo al sistema illecito di sopravvivere nonostante i frequenti trasferimenti degli ufficiali della Marina Militare. Il 17 dicembre scorso, nell’incidente probatorio chiesto dal pm Carbone e disposto dal gip Carriere, i due imputati La Gioia e Cusmano hanno, però, scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Se avessero confermato le le accuse nei proprio confronti e nei confronti dei colleghi, avrebbero anticipatamente messo la parola «fine» a una vicenda penale che ha imbarazzato profondamente la forza armata. L’udienza preliminare si svolgerà il prossimo 25 novembre.

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