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a foggia

Sfruttamento e malavita
vertice con ministro Orlando

raccolta pomodoro caporalato agricoltura

FOGGIA - Dove ci sono soldi, lì si butta la malavita. E quello che un tempo era (e resta) l’«oro rosso», il pomodoro pur con una produzione in calo rispetto al passato, ha attirato e attira gli «interessi» di criminalità organizzata, caporali, schiavisti. La visita lunedì a Foggia del ministro della Giustizia Andrea Orlando - domani mattina incontrerà in prefettura organizzazioni sindacali e agricole per parlare di lotta al caporalato, alle 12.45 è prevista una conferenza stampa - è l’occasione per raccontare le storie di sangue, non certo figurato, che hanno macchiato le campagne foggiane nel corso degli anni. C’è solo l’imbarazzo della scelta nel tracciare i percorsi di disperazione e violenza, in una occasione anche letale, che hanno dovuto sopportare sulla propria pelle migliaia di braccianti stranieri (dell’est Europa e dell’Africa) nel corso degli anni. I fenomeni di caporalato sono così diffusi che lo scorso ottobre il procuratore capo di Foggia ha voluto costituire un pool composto da due pubblici ministeri, e una trentina di investigatori, per indagare sui fenomeni di sfruttamento dei lavoratori.

Il bracciante punito con la morte. L’episodio più grave resta quello avvenuto alle porte di Foggia, in un casolare abbandonato della borgata dell’Incoronata sulla statale per Bari, la sera dell’8 settembre del ‘99. In quel podere ci viveva Hyso Telaray , 22 anni, albanese che i soldi raccolti raccogliendo pomodori nelle campagne di Foggia li mandava in gran parte a casa per aiutare la famiglia. Quando gli chiesero, imposero, di versare una quota del salario ai «caporali» la risposta fu un «no». Rifiuto pagato con la vita. Nel casolare, accompagnati in auto da un foggiano poi prosciolto dalle accuse di concorso in omicidio con derubricazione e prescrizione del reato di favoreggiamento, fecero irruzione tre connazionali della vittima armati di pistola, uccidendo Telaray e ferendo alla gamba un suo amico minorenne. Poi i tre sicari risalirono in auto e si fecero accompagnare in stazione a Foggia, sparendo dalla circolazione: poche ore dopo la Procura ne dispose il fermo. Ci sarebbero voluti 8 anni perché uno dei tre ricercati venisse catturato nel 2007 a Lucca, quando dalle impronte digitali si scoprì che sul suo capo pendeva un provvedimento di cattura per omicidio: gli altri due complici non sono stati mai individuati. I processi in corte d’assise a Foggia (sentenza del 24 novembre 2009), e Bari (verdetto dell’8 febbraio 2011) si conclusero con tre condanne oscillanti tra 18 e 21 anni di reclusione.

Ma quale terra promessa... Fu battezzata così «Terra promessa» l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari e dei carabinieri del Ros sfociata nel blitz del 18 luglio del 2006 con l’emissione di 27 ordinanze di custodia cautelare sull’asse Polonia-Foggia (un solo foggiano arrestato, lo stesso che era stato processato per l’omicidio Telaray) accusati a vario titolo di associazione per delinquere e riduzione in schiavitù. Dalle indagini emerse che un’organizzazione formata quasi esclusivamente da polacchi reclutava connazionali in Patria con annunci su giornali locali e siti internet, promettendo guadagni, vitto e alloggio per raccogliere i pomodori nelle campagne di Foggia, per poi caricarli su pullman e trasferirli in Capitanata. Quale fosse la realtà con cui si dovettero confrontare i braccianti una volta arrivati nella «terra promessa», la raccontò al processo in aula una delle vittime: «in Polonia mi furono promessi 5 euro per ogni cassone di pomodoro che avrei riempito; arrivato a Foggia mi fu invece detto che ne avrei ricevuti solo 3 euro, ma di fatto nelle tre settimane che ho lavorato non ho visto un euro, e come me tutti altri altri braccianti. Vivevamo, o meglio eravamo costretti a vivere, in una tendopoli in 110 persone, con una sola doccia a disposizione. Signor giudice lei mi chiede perché non scappai? Per andare dove? Non avevo soldi, non conoscevo i posti, non parlavo l’italiano e chi ci aveva provato a scappare dal campo, era stato acchiappato e picchiato». Nel processo abbreviato ai principali imputati ci furono 17 condanne per oltre un secolo di carcere, con pene da 4 a 10 anni di reclusione (il foggiano coinvolto nell’inchiesta in quanto ritenuto a capo di una cellula in Italia deputata allo smistamento dei lavoratori nei campi ed al loro sfruttamento, fu condannato in primo grado a 9 anni dal tribunale di Foggia, sentenza poi annullata in appello che ordinò la celebrazione di un nuovo processo).

Gli schiavi del 2000. Situazione, quella certificata anche dall’inchiesta «Terra promessa», che fece il giro dell’Italia e del mondo con l’inchiesta del giornalista del settimanale L’Espresso, Fabrizio Gatti, pubblicata nell’estate 2006. Il giornalista si finse un nodrafricano e visse per sette giorni tra poderi della Capitanata, formalmente in cerca di un ingaggio per raccogliere il pomodoro, in realtà fotogrando «un viaggio nell’inferno da infiltrato tra gli schiavi», tra datori di lavoro (i padroni) che chiedevano al bracciante da assumere se gli portasse... in regalo un’amica; caporali che intascavano gran parte dei guadagni sistemando i lavoratori, dopo 15 ore nei campi, in stalle e tuguri «dove nemmeno i cani randagi vanno a dormire». Situazioni di degrado e sfruttamento che non hanno certo bisogno di essere però... esagerate, come spesso pure avviene. Qualche anno fa si sparse la voce, dalla Polonia, della scomparsa - con il timore di morti violente - di una ventina di polacchi una volta giunti nel Foggiano per la raccolta dei pomodori: le verifiche accertarono che molti non erano affatto spariti ma si erano solo trasferiti in altre parti d’Italia; e che qualcuno era morto di malore, vittima di incidenti stradali.

Le paghe della vergogna. La Cgil, presentando un anno fa, un rapporto sulla situazione dei braccianti e del caporalato parlò di circa 22mila immigrati, che rappresentavano il 50 per cento dei braccianti in Capitanata; di stranieri che per racimolare qualche euro, mediamente nell’arco di dieci ore riempivano 10 cassoni di pomodoro, dovendo però versare al «caporale» che li aveva fatti assumere da uno a due euro per cassone. Ancora la Flai-Cgil regionale nel novembre scorso, presentando a Bari il report su «Agricoltura e lavoro migrante in Puglia», fornì questi numeri: delle 1818 ispezioni nelle imprese agricole pugliesi condotte dagli ispettori del ministero del lavoro, il 50% (925) aveva evidenziato irregolarità con relative sanzioni e multe. La maggior parte di irregolarità fu rilevata nel foggiano, dove il 62% delle aziende agricola (quasi due su tre) non era in regola.

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