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anniversario

Enzo Ferrari
il genio che manca

Enzo Ferrari

di AMERIGO DE PEPPO

Se l’uomo Enzo Ferrari è morto 28 anni fa, il suo mito era già adulto, quel triste 14 agosto del 1988, quando il Drake riuscì a concludere la sua giornata terrena al riparo dall’invadenza dei media dell’epoca, quasi fermi per l’imminente Ferragosto.
Non c’erano i social network e neppure le tv satellitari, che avrebbero immediatamente divulgato la ferale notizia. Certo, è difficile immaginare quali rapporti avrebbe avuto oggi Enzo Ferrari con Facebook, smartphone, emoticon e diavolerie simili: quasi certamente li avrebbe ignorati, al massimo avrebbe delegato a persona fidata il compito di riferirgli cosa raccontavano i new media sul suo conto.
Al netto di queste non dimostrabili suggestioni, il Drake resta la metafora di un’Italietta che sa farsi grande con il suo genio, con la capacità di sovrastare con la fantasia lo strapotere di colossi tedeschi e americani, come Mercedes e Ford.
Non a caso, Enzo Ferrari mise sulla sua bandiera il Cavallino Rampante, simbolo donatogli da un eroe della Grande Guerra, Francesco Baracca; rese ancora più grande il mito di Tazio Nuvolari; creò la leggenda di Gilles Villeneuve, che pianse come un figlio quando il tragico incidente di Zolder privò il mondo dell’automobilismo di una delle figure più cristalline.
Chissà come avrebbe accolto a Maranello il mito Schumacher; che reazione avrebbe avuto nel vedere le sue monoposto rosse confrontarsi con vetture dal nome di una bevanda energetica; quanto avrebbe detestato il paddock da «fighetti», con motorhome lussuosissimi dove piloti, tecnici e meccanici convivono con sponsor, campioni di altri sport che fanno passerella e belle - splendide - donne, le cui aerodinamiche emozionano almeno quanto quelle di una monoposto.

Enzo Ferrari era un uomo schivo, geloso dei suoi sentimenti e delle sue sofferenze. Negli ultimi anni non seguiva più i Gran Premi dal vivo, ma gli era sufficiente il televisore per scovare nuovi talenti ai quali affidare la Rossa. Era stato processato, privato del passaporto e sottoposto a una indegna gogna mediatica per l’incidente a Guidizzolo, durante la Mille Miglia, in cui persero la vita De Portago, Nelson e 9 spettatori, tra i quali qualche bambino. I giudici seppero dargli giustizia, ma quella truce definizione - un Dio Crono che mangia i suoi figli - segnò per sempre un uomo che si era visto strappare il figlio Dino, la luce dei suoi occhi, da un male crudele.
Il giudizio più importante - e lusinghiero - è però venuto a Enzo Ferrari dalla Storia: il Drake ha saputo creare con il suo nome una leggenda che non solo gli è sopravvissuta, ma che prescinde dai risultati sportivi. Chi - beato lui - può permettersi di acquistare una Ferrari, certo non fa dipendere la sua decisione dal risultato dell’ultimo Gran Premio di Formula Uno. Onore dunque a chi ci ha regalato un brand che dà ancora oggi lustro all’Italia nel mondo, grazie anche alla felice intuizione dell’ultimo principe rinascimentale italiano, Gianni Agnelli, che impedì alla Ford di mettere la bandiera a stelle e strisce sulla fabbrica di Maranello. Una Ferrari Cosworth non sarebbe stata la stessa cosa…

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