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«È dell'Ilva la diossina
trovata al rione Tamburi»

Taranto Tamburi

di MIMMO MAZZA

TARANTO - È l’Ilva la fonte dalla quale proviene la diossina trovata in misura abnorme, al rione Tamburi di Taranto, con picchi elevatissimi - mai raggiunti in Italia, nemmeno in occasione dell’incidente di Seveso o dei roghi più violenti nella Terra dei Fuochi - nel novembre 2014 e nel febbraio 2015.
A scriverlo è la dirigente regionale Barbara Valenzano, a capo del dipartimento mobilità, qualità urbana, opere pubbliche, ecologia e paesaggio, nella risposta inviata alle interrogazioni presentate sul punto dai consiglieri regionali tarantini Renato Perrini (Cor) e Giuseppe Turco (la Puglia per Emiliano).
I dati allarmanti sulla diossina ai Tamburi, il quartiere vicino al quale negli anni ‘60 fu costruito lo stavilimento sideurgico, erano contenuti nelle analisi realizzate dal professor Maurizio Onofrio, docente del politecnico di Torino, per conto dell’Ilva tramite lo studio dei dati rilevati da sei deposimetri sistemati sia all’interno dello stabilimento (cokeria, parchi, portineria C, rivestimenti 1 e direzione) che all’esterno (via Orsini, rione Tamburi). A febbraio lo studio del professor Onofrio è stato consegnato dai rappresentanti dell’Ilva all’Arpa nel corso di un incontro tenutosi all’ex ospedale Testa di Taranto, alla presenza dei commissari Ilva. L’elemento più rilevante è costituito dai valori registrati nel deposimetro di via Orsini, valori più elevati degli altri 5 siti, sino a raggiungere i 790 picogrammi per metro quadro nel novembre 2014 e gli oltre 210 picogrammi sempre per metro quadro nel febbraio 2015. Va sottolineato che l’Arpa ha sempre considerato come valori di riferimento per le diossine, i 21 picogrammi al metro quadro come soglia mensile e gli 8,2 picogrammi al metro quadro come soglia annua concessa. In questo caso, le soglie sono state superate in maniera considerevole, con valori superiori addirittura a quelli registrati nel periodo 2008-2011, quindi quando il siderurgico produceva a pieno regime.

Secondo il consulente dell’Ilva, i valori anomali registrati al rione Tamburi sarebbero da attribuire non all’attività del siderurgico ma a fattori esterni. Ma l’ingegner Valenzano è di tutt’altro parere, come ha scritto nella nota alla presidenza del Consiglio regionale protocollata martedì scorso.
«Ad oggi - scrive la Valenzano - esiste uno scostamento tra i dati rilevati da Arpa e quelli rilevati da Ilva in autocontrollo (che appaiono ad oggi rilevati in difetto) per le ragioni che si ritiene possano derivare prevalentemente dalla differente gestione del campione». La dirigente regionale sulla fonte dell’eccezionale emissione di diossina registrata sottolinea che «in assenza dei controlli sistematici ed in continuo sulla diossina della ciminiera E312 (il camino dell’impianto di sinterizzazione, il più alto dell’Ilva, ben 244 metri, e il più importante come flusso orario) non risultano note le reali emissioni e non è dato neppure sapere quanta diossina emettono gli altri camini dei reparti agglomerato, acciaierie e altiforni che parimenti producono diossine. Quindi il deposimetro è una sorta di verifica in prossimità del suolo e in un certo senso supplisce all’assenza dei campionamenti in continuo alle ciminiere». Chiarito questo, la Valenzano aggiunge che «i risultati delle analisi dei campioni prelevati dall’Arpa di Taranto nel sito di via Orsini mostrano concentrazioni di Pcb e concentrazioni di diossina che in due casi si avvicinano al valore limite, circostanza che evidenzia una situazione di contaminazione ambientale da microinquinanti organici tale da aver già reso necessaria l’adozione di misure cautelative per evitare l’esposizione a rischio (divieto di pascolo nell’intorno dell’Ilva, copertura di tratti di prato nelle vicinanze delle scuole dei Tamburi per evitare la possibile esposizione dei bambini)».
Riguardo, infine, specificatamente alla fonte della diossina, nella risposta alle interrogazioni si legge che «il confronto tra i profili dei campioni dei deposimetri e quelli delle polveri di abbattimento dagli elettrofiltri degli impianti Ilva evidenzia come siano strettamente correlati, tanto da far ritenere che l’origine dei campioni deposimetrici per i mesi di novembre 2014 e febbraio 2015 sia da ricercare nel ciclo produttivo dello stabilimento Ilva».

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