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il referendum

Il giorno delle trivelle, decide la Consulta

Il referendum sulle trivelle approda martedì 19, di fronte alla Corte Costituzionale che dovrà stabilire se è ammissibile. La battaglia che, dopo il dietrofront dell’Abruzzo, vede schierate 9 Regioni e idealmente i comitati No-Triv, investe le disposizioni sulle attività di ricerca e sfruttamento degli idrocarburi in mare. In origine i referendum erano 6 e il 27 novembre la Cassazione diede il via libera. Un fuoco di fila di fronte al quale il governo è intervenuto con una serie di modifiche nella legge di Stabilità, stabilendo anche il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine. La Cassazione è tornata quindi a pronunciarsi l’8 gennaio e, alla luce della legge di Stabilità, ha chiuso i giochi per 5 quesiti. Ma un referendum, centrale, è sopravvissuto: quello sulla durata dei titoli per sfruttare i giacimenti lì dove le autorizzazioni siano già state rilasciate. Un termine che la norma collega alla «durata della vita utile del giacimento».

In Consulta, di fronte ai giudici e al relatore della causa, Giancarlo Coraggio, esporranno le proprie tesi l’avvocato Stelio Mangiameli per i Consigli Regionali di Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise; l'avvocato Stefania Valeri per l’Abruzzo, che ha scelto pochi giorni fa di abbandonare la battaglia referendaria; e gli avvocati dello Stato Vincenzo Nunziata e Andrea Fedeli, che chiederanno che il referendum sia dichiarato inammissibile.
La tesi dell’Avvocatura dello Stato è contenuta nella memoria depositata presso la Consulta. E fa leva su due aspetti, che tra l'altro chiamano in causa la Cassazione. Secondo l’Avvocatura, infatti, quando la Suprema Corte ha accolto il quesito superstite, lo ha riformulato senza tener conto di un passaggio contenuto nella legge: quello sul rispetto degli standard di sicurezza e salvaguardia ambientali. Ma proprio per questo, sostiene l’Avvocatura, i profili ambientali «verrebbero paradossalmente travolti dall’esito referendario». Inoltre si determinerebbe un vuoto normativo senza poter far rivivere la norma precedente. Il quadro delineato mette in luce quindi un paradosso e insieme, però, lo cavalca.

Non a caso Piero Lacorazza, presidente del Consiglio regionale della Basilicata, regione capofila nella proposizione dei referendum, sottolinea con forza un punto: «Noi siamo per la difesa dell’ambiente e domani il nostro legale lo ribadirà di fronte alla Corte, dove chiederemo che sia rispettato lo spirito referendario». Per questo la difesa delle Regioni insisterà affinchè sia chiarito che il quesito referendario punta ad abrogare solo la parte della norma relativa alla durata dei titoli di sfruttamento dei giacimenti, fatta salva la parte relativa alle tutele ambientali. Si profila però un altro fronte in questa già complessa vicenda. In queste ore si sta valutando - e la riserva sarà sciolta solo domani - l’ipotesi che le Regioni interessate sollevino di fronte alla Consulta un conflitto nei confronti della Cassazione, sostenendo che nel riformulare il quesito sia andata oltre lo spirito referendario.

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