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Martedì 21 Novembre 2017 | 18:25

Una donna barese la cui storia è uno spaccato del Novecento

La fotografa Samugheo
merita le chiavi di Bari

enrica simonetti

Modesta proposta: perché non coronare questo ritorno con un riconoscimento pubblico? Perché non celebrare con una mostra - da quanto tempo non abbiamo da noi una grande mostra

La fotografa Samugheomerita le chiavi di Bari

di Enrica Simonetti

Nei suoi occhi si continua a leggere l’infinito: è come se le tante storie viste e i mille volti fotografati fossero ancora lì, a navigare nell’azzurro delle sue pupille. La grande fotografa Chiara Samugheo è tornata a vivere a Bari e la città non può non accorgersene.

Una donna barese la cui storia è uno spaccato del Novecento, secolo che lei ha vissuto all’inizio qui, in Puglia, poi in giro per il mondo, raccogliendo nel suo obiettivo visi bellissimi di star hollywoodiane o facce contrite di donne salentine tarantate. Una vita molto particolare, molto unica. Di fronte alla quale, dall’alto dei suoi novant’anni ha scelto il ritorno a casa, in quella Bari e in quella Puglia dalla quale tutto è cominciato.

Modesta proposta: perché non coronare questo ritorno con un riconoscimento pubblico? Perché non celebrare con una mostra - da quanto tempo non abbiamo da noi una grande mostra! - la storia di questa pugliese sui generis che ha cosparso di immagini emozionanti il suo vagare negli anni e nei luoghi? Perché non dare le chiavi di Bari a questa signora della fotografia o le onorificenze provinciali o regionali che ci sono a disposizione?

Serve a tutti ascoltare la storia di Chiara Samugheo: ieri su queste pagine l’ha raccontata Pietro Marino, che conosce personalmente la fotografa e ha anche scritto con lei una storica collana uscita in fascicoli con la «Gazzetta» dal titolo «Le Corti del verde», un viaggio (uno dei primi!) tra le masserie pugliesi e lucane, fatto con amore e professionalità. Appunto, le due doti con le quali Chiara Samugheo è diventata la donna che è oggi: fotografa ammiratissima, nata come Chiara Paparella (Samugheo fu scelto per caso come nome d’arte in Sardegna) da genitori di Ruvo e di Corato che per lei sognavano un lavoro «tranquillo» da maestra, come si usava allora.

Volando via da Bari alla Sardegna e poi da lì a Cinecittà, agli Usa, a Teheran e in ogni parte del mondo, Chiara ha imparato a guardare e fotografare gli Altri con i suoi occhi azzurri baresi, quelli che l’hanno portata al cospetto di Hitchcock o dello scià Reza Pahlevi, ma anche sulla Murgia, tra le donne salentine «morse» dalla rabbia tarantata, tra gli scugnizzi napoletani o davanti ad un sognante Clark Gable. Ritraendo tutto questo «mondo», la fotografa invitata da Cartier Bresson alla mitica agenzia Magnum (incarico che rifiutò) ha sempre usato lo stesso talento, la stessa passione: sia che fosse a casa di Shirley MacLaine o di Claudia Cardinale, sia che si trovasse in un fienile del Gargano, a fotografare la danza delle spighe di grano pugliese.

Premiarla, ricordarla con una mostra, sarebbe significativo non solo per la sua lunga e meritevole carriera ma soprattutto per il suo rappresentare un mondo senza barriere, quell’infinito dei suoi occhi che è lo sguardo di ciascuno di noi se ci accorgiamo dell’Altro.

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