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«Non sono un'ostetrica
ma ho visto tanti rinascere»

Ylenia si è tuffata nel mondo del volontariato due anni fa e non ci ha pensato due volte ad aiutare come poteva uomini, donne e bambini che giungevano a Taranto con il loro carico di disperazione

Ylenia, volontaria

di MONICA ARCADIO

TARANTO - Ylenia ha un sorriso contagioso. Ylenia non ha ancora 22 anni, li compirà a luglio, e della sua attività di volontariato ne ha fatto una missione di vita. Anzi, no: la sua missione di vita. Perché basta guardarla in quei grandi occhi verdi per capire che è felice di quello che dona agli altri da due anni a questa parte, di quello che regalato e regala da allora alle migliaia di profughi arrivati a Taranto. È bella Ylenia, di quella bellezza che le viene dall’animo, dalla sua semplicità perché lei rappresenta il volontariato inteso nel suo senso più profondo e più autentico del termine, aldilà di qualsiasi tornaconto personale e privo di tutti quegli interessi che purtroppo girano anche attorno al mondo dell’accoglienza. Perché accoglienza non sempre è sinonimo di solidarietà.
Ylenia si è tuffata nel mondo del volontariato due anni fa coinvolta dalla parrocchia della Sacra Famiglia. È cominciato tutto quasi per caso e non ci ha pensato due volte ad aiutare come poteva uomini, donne e bambini che giungevano a Taranto con il loro carico di disperazione. Era giovane, inesperta. Neppure sapeva parlare l’inglese e nei primi momenti della disordinata accoglienza nella struttura del Palaricciardi aveva anche paura. Non ha mollato però. Mai. Ha visto negli occhi di quei bambini, e soprattutto negli occhi della piccola Stella, la speranza. La speranza di quella gente di essere riuscita a fuggire dalla povertà e dalla guerra. Questo l’ha spinta a cominciare e a non smettere mai. Oggi tutti la conoscono. È sempre presente. Anche a discapito della sua vita privata.

Ylenia si dedica anima e corpo all’associazione della famiglia di Ohana, così l’hanno chiamata lei e i quattro amici con cui ha intrapreso questa avventura. Oggi parla correntemente l’inglese e il francese e anche un po’ di arabo. Questa piccola grande donna avrebbe voluto fare l’ostetrica, ma non poteva permetterselo. «La povertà l’ho toccata con mano - racconta alla “Gazzetta” - perché per un periodo i miei genitori non hanno lavorato». È cresciuta al quartiere Salinella dove pure non tutto è stato facile. Eppure Ylenia sorride sempre. «Non sono riuscita a fare l’ostetrica ma il Signore mi ha permesso di vedere rinascere tante vite».

Vive tante storie diverse e drammatiche Ylenia e proprio da quelle ha imparato che la felicità è fatta di piccole cose. «I ragazzi ridono e ballano sempre - racconta - perché sono felici di vivere». In questi giorni comincerà un laboratorio teatrale nella sede Caritas della Concattedrale che ospita la famiglia di Ohana e chiunque lo desideri potrà offrire il suo contributo. Non è il denaro ciò che interessa, ma la partecipazione di quanti credono davvero nell’integrazione. Ad accogliere basta poco, il problema è proprio l’integrazione. Ed è su questa che punta Ylenia. «La mia attività di volontariato - dice - è arrivata in un momento della vita in cui avevo bisogno di scontrarmi con i miei limiti. Mi sentivo insoddisfatta». E tra quei profughi ha trovato anche un altro fratello minore, Yancuba, giunto dal Gambia e fuggito da un contesto familiare difficile. Con lui è nata subito una particolare sintonia. «Sono convinto - le ha detto un giorno lui - che il mio Dio e il tuo volevano che ci incontrassimo». Chi lo ha detto che c’è una guerra tra cristiani e musulmani?

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