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Viggiano

Petrolio, sequestro impianti
Eni: cig per 430 addetti

Il premier in Aula: "La vicenda di Potenza non è chiusa ci auguriamo che i magistrati di Potenza siano messi in condizione velocemente di concludere le indagini»

 Petrolio, sequestro impianti  Eni: cig per 430 addetti

POTENZA - Riallocazione e cassa integrazione per 354 addetti del centro oli di Viggiano (Potenza) dell’Eni e consegna delle «lettere di sospensione contrattuale e degli ordini di lavoro dei fornitori": dopo il 31 marzo, quando furono messi i sigilli a due vasche e a un pozzo di reiniezione, è in queste due decisioni dell’Eni il giorno più brutto del centro oli di Viggiano, fino al 30 marzo impegnato a trattare 75 mila barili di petrolio al giorno. Ora è fermo: e chissà per quanto tempo.

Oggi, a Potenza, l’Eni ha incontrato i sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Filtcem, Femca e Uiltec), che si aspettavano l’annuncio: sabato scorso il Tribunale del riesame di Potenza ha deciso la conferma dei sequestri e la compagnia ha annunciato il fermo del centro oli. Di conseguenza, c'è da decidere sul futuro degli attuali 354 dipendenti: l’Eni ha imboccato due strade. La prima è quella della «riallocazione» di parte dei dipendenti in altri impianti; la seconda è quella della cassa integrazione. Entrambe le scelte segnano un «impoverimento» netto per una zona della Basilicata, la Val d’Agri, che sul futuro del suo «distretto petrolifero» aveva in qualche modo scommesso.

Ma la seconda decisione dell’Eni, anch’essa inevitabile, è una mazzata in prospettiva anche più dura: sono partite le lettere «di sospensione contrattuale e degli ordini di lavoro con i fornitori». In altre parole, trema l’indotto, in cui lavorano oltre duemila persone, dipendenti di imprese non tutte di grandi dimensioni.

Non basta ancora: la compagnia ha ribadito l’intenzione di ricorrere alla Corte di Cassazione contro la conferma del sequestro delle vasche del centro oli e del pozzo di reiniezione di Montemurro; e ha annunciato il deposito «a breve» di un’istanza per chiedere «un incidente probatorio tecnico in contraddittorio con la Procura». L’Eni, insomma, basandosi sulle "chiare evidenze scientifiche» emerse dall’attività dei suoi periti, vuole che le sue procedure, «adottate per impianti analoghi in tutto il mondo» e rispettose delle norme, siano riconosciute.

I sindacati, pur non colti di sorpresa dagli annunci di Eni, stanno già studiando la strategia: si cercherà di ridurre al minimo l’impatto della cassa integrazione utilizzando al massimo possibile gli operai per la manutenzione del centro e facendo ricorso alle ferie. Ma il problema si trasferisce sull'indotto: «Abbiamo chiesto all’Eni - ha detto il segretario lucano della Cgil, Angelo Summa - di farsi garante affinché le imprese dell’indotto usino la cassa integrazione».

Secondo problema: il timore di «tempi lunghi» per il ricorso in Cassazione dell’Eni contro la conferma del sequestro di vasche e pozzo di reiniezione. «Noi auspichiamo lo sblocco degli impianti anche prima, con tutto il necessario rispetto per l'attività dei magistrati», spiega Nino Falotico, segretario della Basilicata della Cisl. «Intanto - conclude il leader lucano della Uil, Carmine Vaccaro - chiederemo subito un incontro al prefetto. Siamo davanti ad un problema che potrebbe diventare di ordine pubblico, di sicurezza, che non va sottovalutato».

In serata, intanto, il consiglio regionale della Basilicata ha respinto a maggioranza (sei voti favorevoli, 13 contrari e due astensioni) la mozione di sfiducia nei confronti del governatore Marcello Pittella (Pd), presentata nei giorni scorsi dai gruppi di minoranza (M5s, Fi e Fdi).

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