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Vicenda che dura da 28 anni

Regionale «8», la strada infinita
Costata più in ricorsi che lavori

Quattordici chilometri a quattro corsie persi nel vuoto. Oggetto di un numero indefinito di programmi e progetti ballerini, di norme e delibere, ricorsi, ordinanze e sentenze

viabilità e sicurezza Regionale «8», strada infinita

di Tonio Tondo

LECCE - È durata 28 anni la rocambolesca vicenda della strada regionale «8» Lecce- Melendugno, pensata nel 1988. Un record. Proposta in un’epoca storica che si perde nella memoria e adesso rimessa sulla linea di partenza da due sentenze contestuali del Consiglio di Stato e del Tar di Lecce.

Quattordici chilometri a quattro corsie persi nel vuoto. Oggetto di un numero indefinito di programmi e progetti ballerini, di norme e delibere, ricorsi, ordinanze e sentenze. Da questo groviglio emergono solo le consulenze e le spese legali. Sono stati spesi più soldi per pagare commercialisti e avvocati di quanto si sia speso per calcestruzzo, cemento e operai. Solo un’operazione di calcolo di interessi è costata 300mila euro. A uno studio legale leccese sono state pagate parcelle per milioni. Stato e Regione, in questa storia, si devono ripartire il peso del fallimento sistemico. È raccapricciante la ricostruzione degli atti. Decine di delibere. Mai un’azione inoppugnabile. Scorciatoie, ambiguità, errori, omissioni. A seguire: conflitti con gli interessi delle aziende espropriate, maldestri tentativi di correzione e compromessi finiti nel nulla. Un decalogo negativo da studiare alla scuola della pubblica amministrazione.

Drammatica la lezione: la palese dimostrazione di una disistima che pezzi consistenti della pubblica amministrazione coltivano ai danni delle stesse regole che lo Stato e la Regione si sono date. La bocciatura dell’opera (55 milioni ai quali occorre aggiungere 20 milioni di rivalutazione degli interessi) da parte dei giudici richiama responsabilità diffuse nel tempo. Mai un uomo dello Stato o della Regione, della burocrazia e della politica, si è proposto con autorevolezza per bloccare o determinare una correzione di rotta. Tutti al riparo, sottocoperta. La brutta sensazione è che questi interventi siano programmati, in una genetica della natura burocratica, proprio per finire nella dissipazione e nell’inconcludenza. Un cinismo diabolico aleggia nelle stanze del potere, fino al suo suicidio: quello che chiamiamo spreco o corruzione non è altro che il disfacimento dello Stato.

Ventotto anni divisi in due fasi di uguale durata. Quattordici per litigare sul finanziamento del Cipe, in lire 110 miliardi, concesso alla regione Puglia poi revocato perché il progetto non era più quello originario. Attori, gli organi dello Stato, dirigenti, giudici e le imprese ovviamente pronte a difendersi la commessa . Sullo sfondo il gioco della politica e della sua articolazione in interessi più o meno occulti. Una fase di uguale durata ha visto in campo le giunte regionali che si sono alternate. Vecchi e nuovi protagonisti hanno occupato la scena. Prima Fitto, poi Vendola. Al centro sempre i soldi, dal 2003 tornati nella cassa regionale su ordine dei giudici.

Negli ultimi quattro anni, la vicenda ha assunto contorni e profili confusi e grotteschi. Pur di mantenere un procedimento amministrativo esausto e intrinsecamente delegittimato la Regione è arrivata a contraddirsi in modo plateale nell’applicazione di una sua legge sulla durata della Via (Valutazione di impatto ambientale). Tre anni di validità per tutte le pratiche relative a opere private per rivendicare il primato nella tutela ambientale. Cinque anni, invece, per un’opera di interesse regionale appellandosi a una legge dello Stato. Una contraddizione evidente da non poterla nascondere sotto un tappeto. Un atto di potere arrogante finito sotto la censura dei giudici.

Due grandi infrastrutture nel Salento sono impaludate. La Regionale 8 e la statale 275, la Maglie-Leuca. Entrambi contestate dagli ambientalisti e non solo. Hanno la stessa età burocratica, anno più anno meno. Le ruspe compaiono e scompaiono sommerse dalle carte e dalle sentenze che si inseguono tra ricorsi e controricorsi. È incredibile per un osservatore onesto assistere ai tempi biblici, ai giochi bizantini, alla falsa dialettica che affossano qualsiasi disegno infrastrutturale e industriale. Non c’è presidente del Consiglio che non faccia proclami sull’urgenza di accorciare i tempi e snellire il procedimento. Non c’è leader che non rivendichi una riforma dell’amministrazione e la sua semplificazione.

Negli ultimi 25 anni abbiamo perduto il conto delle riforme. Anche il nuovo Codice degli appalti promette miracoli? Meglio stare coi piedi per terra. Le Regioni non sono da meno. Il decisionismo periferico, spesso sconclusionato, è proposto come la panacea salvifica. Invece di scelte ben motivate, forti perché ordinate e inattaccabili sul piano giuridico, si fa sfoggio di energia muscolare. Procedimenti lunghissimi e contraddittori e scontri interminabili affossano le opere pubbliche e rendono salato il conto da pagare.

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