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Leucemie, nuova terapia
e c'è un po' di Basilicata

Passi avanti nella cura dei tumori Studio a Milano, lo guida una ricercatrice di Montalbano ionico

Leucemie, nuova terapia e c'è un po' di Basilicata

Luigia Ierace

Un amore vitale cui porre fine. L’immagine è tanto efficace quanto inquietante. Lei, la sposa, che rappresenta i macrofagi, le cellule del sistema immunitario che dovrebbero difendere l’organismo dalle infezioni. Lui, lo sposo, la cellula leucemica, che viene invece alimentata in questo connubio che ne favorisce la crescita e la disseminazione. Una relazione pericolosa da interrompere per bloccare il tumore del sangue più diffuso nel mondo occidentale: la leucemia linfatica cronica. Una nuova terapia. Dopo anni di lavoro, per Maria Teresa Sabrina Bertilaccio, 42 anni, di Montalbano Jonico in provincia di Matera, ricercatrice dell’Irccs dell’Ospedale San Raffaele di Milano, arrivano i risultati attesi e la pubblicazione dello studio sulla prestigiosa rivista scientifica «Cell Reports».

Quando è cominciato tutto questo?

«Una passione innata scoperta al liceo, poi all’università, in laboratorio ho capito che quella era la mia strada. L’oncologia mi ha colpito fin da piccola. Dal punto di vista scientifico sono sempre stata incuriosita da questa patologia molto complessa, di cui si sa tanto ma poi in realtà si conosce pochissimo. E più si lavora, più ci si rende conto che c’è ancora tanto da scoprire».

Madre, insegnante di storia dell’arte, padre ragioniere. E se la sorella sceglie l’architettura e il il fratello l’economia, lei, dopo lo scientifico a Montalbano, opta per Biologia a Pisa, preferendola a Medicina. Perché?

«Lo spirito del ricercatore è farsi domande e cercare risposte. E l’oncologia è l’ambito più favorevole per fare ricerca al bancone. Una scelta universitaria sostenuta e incoraggiata dalla mia famiglia, nonostante la complessità del lavoro e dell’ambiente».

La laurea, nel 2002 il dottorato di ricerca in medicina molecolare all’ospedale “San Raffaele” di Milano, poi negli Stati Uniti e il ritorno in Italia. Ma per lei cosa vuol dire fuga di cervelli?

«Vuol dire fuga delle idee, delle esperienze. Ma è una fuga che non si può e non si deve fermare perché la ricerca non può avere frontiere. Non si può limitare a un luogo, bisogna avere gli occhi sul mondo. Tante idee nascono da collaborazioni con l’estero. E qui gli italiani sono molto apprezzati. Purtroppo la difficoltà è trovare fondi nel nostro Paese. Senza l’Airc questa ricerca sulla leucemia non si sarebbe potuta fare».

Ripercorriamo le tappe principali

«Nel 2007 sono tornata in Italia, dagli Stati Uniti dove collaboravo nel laboratorio di Norman Greenberg allo studio del tumore alla prostata. Il professor Federico Calligaris-Cappio cercava una persona che seguisse questa ricerca, all’epoca pionieristica . Gli studi di oncologia e soprattutto quelli immunologici mi hanno interessato da sempre. Mi chiedevo come mai in questi tumori queste difese crollano. Il “San Raffaele” mi ha formato in maniera eccellente e mi ha permesso di confrontarmi con ricercatori di tutto il mondo. Sono il cervello, le idee, la forza di superare le difficoltà e andare avanti, ma anche la testardaggine, la capacità di riuscire a interpretare dati anche negativi a portare alle grandi scoperte. Sono i risultati apparentemente senza valore e incomprensibili quelli che ti portano a cambiare lo scenario terapeutico di una patologia».

È quanto accaduto con la leucemia?

«Un lavoro continuo, a volte anche snervante che ci ha portato in primo luogo a valutare la capacità dei macrofagi di sostenere la crescita delle cellule di leucemia linfatica cronica. Altre conferme sono arrivate dagli studi molecolari che hanno permesso di individuare una molecola, la CSF1R che poteva essere utilizzata come bersaglio terapeutico. In assenza dei macrofagi la malattia non progredisce ma addirittura regredisce. Insomma uccidendo i macrofagi, si uccideva la leucemia. Emblematica l’immagine degli sposi, disegnata da mia sorella Valeria e scelta dal San Raffaele per illustrare il mio studio».

Un terapia risolutiva, insomma?

«Passerà qualche anno, ma il dato incoraggiante è che questa terapia ha pochissimi effetti collaterali rispetto alla chemio. L’unicità dello studio è nel potenziale traslazionale e terapeutico dei risultati ottenuti, poiché farmaci diretti contro i macrofagi sono in fase di sperimentazione clinica. Possiamo cioè portare la ricerca di base dal bancone del laboratorio al letto del paziente e questo tipo di applicazione è possibile farlo solo in istituti come il “San Raffaele” che hanno laboratorio e ospedale».

Perché i suoi studi sono una vera rivoluzione nel mondo dell’oncologia?

«Perché con questo approccio si può trattare qualunque tipo di tumori e di leucemia. Una visione a 360 gradi, frutto di un interesse globale che mi ha visto lavorare prima sui tumori solidi e poi sulle leucemie».

Momenti belli e momenti brutti?

«I primi esperimenti, la sensazione di lavorare a qualcosa di veramente importante. Lo stupore di una nuova scoperta e la paura delle critiche internazionali, il timore di non farcela. Ma 13-14 ore di lavoro al giorno hanno portato i loro frutti».

C’è spazio per la famiglia?

« Ci vuole un marito come il mio, molto paziente e mio grande sostenitore. Ama l’entusiamo con cui mi dedico alla ricerca».

La Basilicata cosa rappresenta?

«Sono le radici e non si possono tagliare. Torno per mio padre e i miei parenti che vivono a Montalbano, ma sempre più raramente, purtroppo. Della mia terra mi porto quell’imprinting quasi genetico che segna il carattere di noi lucani e della gente del Sud: quella voglia di andare sempre avanti e di superare noi stessi. Una sfida ancora più grande per una donna nel mondo della ricerca declinato ancora al maschile».

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