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La sentenza: «Mizzi ucciso per sbaglio non fu vittima di mafia»

di GIOVANNI LONGO
BARI - Anche il giudice che ha condannato i suoi presunti assassini e che lo ha conosciuto solo attraverso le prove raccolte dalla Procura, le testimonianze e gli atti giudiziari, descrive Giuseppe Mizzi come «una persona normale, semplice, un lavoratore apprezzato, legato alla moglie e alla famiglia». L’uomo ucciso a 39 anni per errore il 16 marzo 2011 mentre rincasava a Carbonara «viene persino descritto come una persona che non cercava la lite e che era anche “molto pauroso” di ogni cosa e che “se avesse assistito ad una lite o a qualcosa di brutto lui sicuramente si sarebbe allontanato”».
La sentenza: «Mizzi ucciso per sbaglio non fu vittima di mafia»
di GIOVANNI LONGO

BARI - Anche il giudice che ha condannato i suoi presunti assassini e che lo ha conosciuto solo attraverso le prove raccolte dalla Procura, le testimonianze e gli atti giudiziari, descrive Giuseppe Mizzi come «una persona normale, semplice, un lavoratore apprezzato, legato alla moglie e alla famiglia». L’uomo ucciso a 39 anni per errore il 16 marzo 2011 mentre rincasava a Carbonara «viene persino descritto come una persona che non cercava la lite e che era anche “molto pauroso” di ogni cosa e che “se avesse assistito ad una lite o a qualcosa di brutto lui sicuramente si sarebbe allontanato”».
È quanto si legge, tra l’altro, nelle motivazioni appena depositate della sentenza di condanna emessa lo scorso ottobre nei confronti del 34enne Emanuele Fiorentino (20 anni di reclusione come esecutore materiale) e del 33enne Emanuele Bove (13 anni e 4 mesi).

Tante ragioni per potere affermare che è «altamente verosimile e credibile» che Mizzi «sia morto per “colpe” non sue e quindi per un “tragico scambio di persona”». Eppure non ci sono prove sufficienti per stabilire con certezza che la sua morte «sia stata voluta per agevolare le attività del sodalizio mafioso (ove si voglia ritenere che la contestata finalità di imporre la “supremazia” del gruppo mafioso rientri nella “agevolazione” della attività dello stesso)». Ragioni che hanno una conseguenza pratica: i famigliari di Pino Mizzi, parte civile nel processo, rappresentati dall’av - vocato Egidio Sarno non potranno accedere al Fondo unico vittime della mafia per chiedere un risarcimento.

«Manca un pezzo - dice Angelo Mizzi - fratello della vittima -. Pino è una vittima di mafia, le modalità con cui è stato ucciso parlano chiaro. Lotteremo affinché sia riconosciuto per onorare la sua memoria ». L’obiettivo (sbagliato) dei presunti killer doveva essere punito per una vendetta personale o uno sgarro interno, ipotizza il giudice. Eppure se le finalità sono dubbie, almeno il «metodo », quello sì è mafioso, come hanno ricostruito i Carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Bari che hanno condotto le indagini, coordinate dal pm Federico Perrone Capano.

«L’omicidio - scrive tra l’altro il gup Antonio Diella - è infatti stato commesso in pieno centro cittadino, in una piazza in cui erano presenti molte persone anche nelle immediate vicinanze del luogo dove avvenne la sparatoria (...) in orario serale ma affatto notturno (...), senza alcuna preoccupazione per l’incolumità di coloro che si trovano nei pressi e sulla traiettoria dei colpi di pistola esplosi contro il Mizzi, tanto che uno di questi proiettili» raggiunge un’altra persona. « L’assassino - scrive il giudice - esplode almeno sei colpi di pistola (senza che il Mizzi si sia minimamente difeso o abbia minimamente reagito), mostrandosi pienamente visibile ai presenti».

Modalità che «per la loro spregiudicatezza - si legge ancora nelle motivazioni - avevano anche la evidente finalità di intimorire tutte le numerose persone presenti al fatto e potenziali testimoni, inducendoli a non fornire alle forze di polizia alcun elemento utile alle indagini». Il giudice si sofferma poi sul comportamento «dello sparatore», Fiorentino, che «denota la sicurezza di una impunità basata sul sicuro atteggiamento omertoso dei presenti e quindi una coartazione psicologica particolarmente efficace, evocativa della sua provenienza da un tipo di sodalizio criminoso dedito a molteplici ed efferati delitti».

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