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Lucano di Pietragalla
arrestato per truffa
al boss della ‘ndrangheta

di FABIO AMENDOLARA
POTENZA - Fece credere al boss della ’ndrangheta che poteva aiutarlo ad aggiustare il pro cesso che lo preoccupava. Massimiliano Colangelo di Pietragalla è tra gli arrestati (ai domiciliari) nell’ambito di un’inchiesta su millantate amicizie in Cassazione. L’accusa: «Millantato credito». L’acconto da 100mila euro è stato incassato. Ma la sentenza alla fine non è stata favorevole
Lucano di Pietragalla
arrestato per truffa
al boss della ‘ndrangheta
di Fabio Amendolara

POTENZA - Fece credere al boss della ’ndrangheta che poteva aiutarlo ad aggiustare il processo che lo preoccupava. Massimiliano Colangelo di Pietragalla è tra gli arrestati (ai domiciliari) nell’ambito di un’inchiesta su millantate amicizie in Cassazione. L’accusa: «Millantato credito».

Con lui sono stati arrestati a Roma - su ordine del giudice per le indagini preliminari di Bologna - anche Teresa Tommasi, funzionaria della Corte di cassazione e Nicola Paparusso, ex carabiniere, produttore televisivo e consigliere legislativo di Sergio De Gregorio (ai tempi della presidenza della commissione Difesa).

Secondo la ricostruzione della procura di Bologna, alla fine del 2011, Colangelo e Paparusso durante un incontro in un hotel di Imola, fecero credere a un boss legato alla ’ndrangheta, Nicola Femia, di poter ammorbidire la condanna a 23 anni e 4 mesi di reclusione inflittagli dalla corte d’appello di Catanzaro per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. In realtà - emergerebbe dalle intercettazioni telefoniche - era solo un bluff. L’idea dei due era quella di tentare di portar via un po’ di soldi al boss. Una truffa.

Paparusso e Colangelo chiesero a Femia 400mila euro per sistemare la faccenda tramite le loro conoscenze e riuscirono a farsi anticipare 100mila euro con la promessa di ricevere i restanti 300mila una volta aggiustata la sentenza. Nell’affare Teresa Tommasi - secondo l’accusa - sarebbe stata il braccio di Paparusso e Colangelo nelle stanze della Suprema corte. Quando a febbraio 2012, però, la Cassazione emette la sua sentenza, che annulla solo parte della condanna, rinviando in appello gran parte delle accuse, il boss Femia rimane deluso. E in un sms inviato a un suo collaboratore non nasconde il disappunto nei confronti di coloro che avrebbero dovuto far annullare le sue condanne: «Farci prendere per i fondelli no. A me hanno proposto l’annullamento per delle cose e per delle altre ancora rischio da 8 a 20 anni». E ancora: «Massimiliano ha sbagliato di grosso (…) a oggi non ho più 23 anni, ma ne ho certo 10 o 15 che la Cassazione ha confermato. Da amico fraterno tu al mio posto cosa faresti?”, è lo sfogo del boss che vuole indietro il suo acconto. E scrive direttamente al pietragallese: «Ti do tempo entro il 20 di questo mese a te e a Guido, dopo di che agisco diversamente e ti pentirai di brutto e dopo me li torni con gli interessi». Colangelo e Paparussso invece insistono: vogliono i restanti 300mila euro.

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