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Sabato 21 Ottobre 2017 | 17:56

Potenza, impiegato ente pubblico lotta contro fisco e giustizia «Perseguitato da 30 anni»

di FABIO AMENDOLARA
POTENZA - «Mi perseguitano da 30 anni, ma ora li ho denunciati tutti». Giudici, funzionari di Equitalia e dell’Agenzia delle entrate. Assolto dal processo penale, condannato da quello tributario: «Non ne posso più», dice Vito Mele (nella foto), 66 anni, impiegato in un ente pubblico di Potenza. Ha ereditato un processo civile da suo padre, commerciante, oltre 30 anni fa. «Da allora è un calvario», spiega alla Gazzetta. Suo padre partecipò a una gara per una fornitura al Comune di Potenza. Ci furono delle contestazioni per la merce fornita e nacque un contenzioso
Potenza, impiegato ente pubblico lotta contro fisco e giustizia «Perseguitato da 30 anni»
di Fabio Amendolara

POTENZA - «Cause penali e civili, pignoramenti, accertamenti fiscali e imposte mi perseguitano da 30 anni, ma ora li ho denunciati tutti». Giudici, funzionari di Equitalia e dell’Agenzia delle entrate. «Non ne posso più», dice Vito Mele, 66 anni, impiegato in un ente pubblico di Potenza. Ha ereditato un processo civile da suo padre, commerciante, oltre 30 anni fa. «Da allora è un calvario», spiega alla Gazzetta.

Suo padre partecipò a una gara per una fornitura al Comune di Potenza. Ci furono delle contestazioni per la merce fornita e nacque un contenzioso. «Da allora vivo tra ricorsi, marche da bollo e udienze penali».

Signor Mele, che c’entrano le cause penali, Equitalia, gli accertamenti fiscali con un processo civile di oltre 30 anni fa?

«Andiamo con ordine. Il mio avvocato chiese al giudice del procedimento civile la cancellazione di termini offensivi che l’avvocato di controparte aveva inserito in una memoria. Il giudice non dispose la cancellazione né la trasmissione degli atti alla Procura. Lo facemmo noi, denunciando il giudice (il procedimento andò a Salerno e fu archiviato. La responsabilità del giudice esclusa, ndr) e l’avvocato. Nacque anche un procedimento disciplinare, come è possibile dedurre dagli atti, ma quei documenti, da allora, non li abbiamo mai trovati. In quel periodo mi arriva il primo accertamento dall’Ufficio delle imposte dirette (oggi Agenzia delle entrate, ndr)».

Un accertamento fiscale legato al procedimento civile?

«Mi contestavano di possedere ben sette automobili».

Non era così?

«Le avevo possedute, una per volta, nel corso degli anni e poi vendute. Nel 1988 mi contestano 47milioni di lire. Nel 1989 54milioni per quella che secondo loro era una sproporzione sul reddito. Pensi che all’epoca per un’elevata evasione fiscale erano previste le manette».

Come andò a finire?

«La sentenza riconosceva una sproporzione di soli duemilioni e mezzo di lire, ma l’Ufficio imposte fece appello. E alla fine ho pagato undici milioni. Ma dagli atti trasmessi alla Procura nacquero due procedimenti penali. Le sentenze sono andate in modo diametralmente opposto, nonostante il principio del ne bis in idem (l’ordinamento giudiziario prevede che un imputato non possa essere giudicato due volte per lo stesso fatto, ndr). In un caso fui assolto con la formula piena. Nell’altro mi condannarono. Ma anche in quel caso registrammo una strana invasione di competenza del pm nel campo degli accertamenti finanziari».

Ci vorrebbero due vite per mettere insieme tutti questi guai. È capitato tutto a lei.

«Infatti. C’è anche questa: nel 1994 i giudici mi assolvono dal reato di evasione fiscale. In sede tributaria però di quella sentenza penale nessuno tenne conto. Non la acquisirono. Risultato: per la giustizia penale non ero un evasore, per quella tributaria lo ero. Ma quelle pretese tributarie erano illegittime e del tutto prive di fondamento giuridico».

E perché ha deciso di denunciare Equitalia e i funzionari dell’Agenzia delle entrate?

«Per difendermi, feci chiedere all’Agenzia delle entrate, tramite il mio legale, della documentazione che avrei dovuto inoltrare all’autorità giudiziaria. Questi documenti, senza i quali non posso difendermi, mi vengono negati. Ritengo che ci sia stato il tentativo di occultare documenti da utilizzare quali fonti di prova per fini processuali. Ecco perché ho denunciato. Ora chiedo il sequestro probatorio di tutti gli atti indirizzati a me a far data dal 1986 a oggi, visto che i vertici dell’Agenzia delle entrate hanno escluso l’esistenza di quei documenti. Il funzionario di Equitalia, invece, risulta già indagato. Purtroppo, con lui, per abuso d’ufficio è indagato (dal pm Salvatore Colella della Procura di Potenza, ndr) anche il privato che ha comprato i miei beni al quinto incanto. Quel reato, però, è imputabile solo ai pubblici ufficiali. A che gioco giochiamo?».

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