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Mercoledì 25 Aprile 2018 | 18:05

Lo stabilimento di Taranto

Ilva a carbone costerebbe 2,2 miliardi
e 3mila dipendenti in meno

Ilva, forse nella cordata un gruppo italo-svizzero

L'Ilva

di Domenico Palmiotti


TARANTO - Costerebbe 2,2 miliardi «decarbonizzare» parzialmente l’Ilva di Taranto e adeguare al nuovo assetto l’Autorizzazione integrata ambientale. In pratica, il siderurgico marcerebbe con tre altiforni «tradizionali», l’1, il 2 e il 4, due elettrici al posto dell’altoforno 5 - il più grande d’Europa che non sarebbe più riacceso -, e verrebbe parzialmente alimentato col gas al posto del carbon coke e col preridotto di ferro anzichè con la miscela di minerali. Un’Ilva del genere tornerebbe a produrre a regime 9 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, ma avrebbe meno occupati. Rispetto agli 11mila attuali, perderebbe dalle 2.500 alle 3mila unità che fuoriuscirebbero attraverso pensionamenti agevolati e altre misure incentivanti.


Attorno alla possibilità di un’acciaieria «ibrida», cioè basata su due sistemi produttivi - riprendendo in parte, ma soprattutto adeguando, il piano che fu degli ex commissari Enrico Bondi ed Edo Ronchi -, gli attuali manager Ilva, a partire dal direttore generale Massimo Rosini, avevano cominciato a ragionare già da alcuni mesi. Ben prima che il governatore della Puglia, Michele Emiliano, lanciasse alla conferenza mondiale sul clima svoltasi a Parigi la sua idea di ridimensionare il peso del carbone nella siderurgia ma anche nella produzione di elettricità (vedi la riconversione della centrale Enel di Cerano).

Con quest’innovazione, qualora fosse andata in porto, l’Ilva avrebbe risparmiato circa 400 milioni su costi totali di 2,6 miliardi comprensivi sia della realizzazione delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale, che di altri investimenti tra tecnici e di efficientamento energetico. Di qui l’assestamento finale a 2,2 miliardi. Il solo impianto di preriduzione - da installarsi a Taranto anziché comprare all’estero il preridotto di ferro come avviene ora - sarebbe costato circa 600 milioni. E la fornitura del gas sarebbe avvenuta localmente, senza impianti ad hoc, contrattata direttamente dall’Ilva. All’interno dei costi complessivi, poi, oltre ad un risparmio di 400 milioni, ci sarebbe stata anche una revisione degli investimenti. Per esempio, non si sarebbero più spesi soldi per ricostruire l’altoforno 5, fermo dallo scorso marzo, «liberando» così circa 300-380 milioni.

E si sarebbe risparmiato anche sul rifacimento delle cokerie e sulla copertura dei parchi minerali, che col ciclo produttivo «ibrido» si sarebbero significativamente ridotti come area di stoccaggio delle materie prime.
Ma non solo i manager Ilva stavano lavorando a quest’impostazione insieme ai tecnici. L’avevano anche anticipata ai sindacati metalmeccanici che, sembra, l’avrebbero condivisa. Pare che nei mesi scorsi City, l’advisor incaricato da Cassa Depositi e Prestiti di sondare i soggetti potenzialmente interessati ad entrare nella newco dell’Ilva - allora si ragionava su quanto previsto dal decreto 1 del 2015, poi convertito nella legge 20 del 2015 -, abbia anche presentato due piani agli interlocutori incontrati: uno basato sull’Aia in vigore, quindi altoforno 5 rifatto più parchi minerali coperti, ed uno del futuro possibile: gas e preridotto. In qualche caso sarebbe stato manifestato consenso, pare da Eusider, uno dei nomi venuti fuori adesso con la cessione dell’Ilva ai privati entro giugno. Altri, invece, hanno espresso prudenza, mentre sarebbe apparso subito chiaro che se fosse arrivata la multinazionale Arcelor Mittal con un ruolo preponderante, avrebbe fatto da se. Nel senso che avrebbe applicato il suo piano.
Oggi che la costituzione della newco col fondo di turnaround e la Cdp è stata messa da parte per offrire direttamente al mercato sia l’Ilva che altre sette società del gruppo, tutte in amministrazione straordinaria da un anno, è evidente che il lavoro dell’advisor City sia venuto meno e il piano gas-preridotto fermato. Perché, come dice il nuovo decreto legge ora al vaglio del Parlamento, sarà il privato a dire quale Ilva vuole avere, come produrre, e quindi a redigere il relativo piano industriale, sulla cui base, qualora contenesse novità, potrà anche chiedere la revisione dell’Aia attuale. Non c’è dubbio che commissari dell’azienda e Governo spingeranno per la svolta «green» (il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, si è augurato che questa componente sia «forte e primaria»), ma è altrettanto chiaro che il «pallino» è nelle mani di chi, a fine giugno, prenderà in carico l’Ilva. L’ex subcommissario Ronchi, precursore con Bondi, come detto, dell’idea gas-preridotto, ha dichiarato giorni fa alla «Gazzetta» che progetti così importanti, che necessitano anche di una fase di transizione, hanno bisogno dell’intervento pubblico proprio perchè impegnativi. Difficile, aggiunse Ronchi, che possa farli il privato da solo. E comunque anche con la cessione dell’Ilva ai privati e non più con la newco come inizialmente immaginata, lo Stato ci sarà. Con la Cdp che, seppure con una partecipazione di minoranza ma non esigua, affiancherà i privati, e con i commissari straordinari che, forti degli 800 milioni che avranno in dote dal nuovo decreto (800 milioni ora finanziamenti diretti del Mise e non più prestiti da chiedere alle banche con la garanzia dello Stato), dovranno occuparsi delle misure ambientali. Come dire, in sostanza, che una parte significativa di interventi resterà a carico del pubblico. Lo ha detto chiaramente ieri, sempre alla «Gazzetta», il presidente della commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, sostenendo che sarebbe singolare che l’Unione Europea, con l’accusa degli aiuti di Stato, contestasse all’Italia un piano Ilva che tiene insieme risanamento ambientale, riduzione delle emissioni inquinanti, innovazione tecnologica e rilancio produttivo. «Siamo dentro le linee europee e della recente conferenza di Parigi» ha affermato Realacci. Chissà però se Bruxelles sarà della stessa idea. Stando ai primi segnali, vedi la lettera al sottosegretario Sandro Gozi del commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, non sembra.

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Commenti all'articolo

  • filsenior

    08 Gennaio 2016 - 10:10

    Alla previsione ,più che ottiimistica del costo della ristrutturazione, andrebbe affiancata la previsione dei costi dei prodotti e della loro concorrenzialità sul mercato.

    Rispondi

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