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«Stormi di città»: chi vola alto

Un'indagine di Rur-Censis suddivide i capoluoghi italiani come gruppi di uccelli in base alla crescita economica: Lecce è un gabbiano, Bari una rondine, Foggia un'anatra
Bari ROMA - Sono aquile, falchi, pellicani, gabbiani, rondini, anatre, ma non sono uccelli in penne e ossa: bensì sono i gruppi in cui si ritrovano i 103 comuni capoluogo italiani in un' indagine condotta da Rur-Censis. Le aquile sono 7 e rappresentano le aree metropolitane che guidano, per potere economico, benessere e complessità sociale lo stormo dello sviluppo italiano; mentre i pellicani, ossia i centri produttivi, sono 11 e ancora di più le rondini, vale a dire i poli della riscossa che sono 20.
L'indagine è realizzata in occasione della Seconda Convenzione delle città italiane, che si svolge a Roma. Sono stati utilizzati 72 indicatori statistici comunali aggiornati per analizzare il contesto sociale e demografico, il tessuto produttivo, il livello di occupazione e la ricchezza prodotta, l'università, la cultura, lo svago, il tempo libero e il turismo. Obiettivo è quello di fornire un quadro aggiornato per classificare le città secondo tipologie definite da aspetti e tendenze comuni.

Nel dettaglio, le «aquile» sono le aree metropolitane e sono 7 città, pari al 35% della popolazione residente nei capoluoghi: Roma, Milano, Venezia, Verona, Torino, Bologna e Firenze, caratterizzate tutte da potere economico, alto livello di benessere e complessità sociale.
I «falchi» sono invece le città dello sviluppo e sono 25, pari al 12,1% della popolazione dei capoluoghi: comuni più piccoli rispetto alle aquile; città medie del Nord (come Aosta, Belluno, Bergamo, Biella), più le marchigiane Ancona e Macerata e le toscane Pisa e Siena, caratterizzate da alti livelli di sviluppo economico, di benessere e di attività culturale.
Terzo gruppo, è quello dei «pellicani» ossia i centri produttivi: sono 11 città, pari al 7,6% dei residenti; comuni, instancabili (come appunto i pellicani), fortemente ancorati alla cultura industriale e al comparto manifatturiero, oltre alla new entry Latina, si tratta di città collocate prevalentemente nelle regioni Toscana (Arezzo, Prato), Emilia Romagna (Forlì, Modena, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini), e Marche (Ascoli Piceno, Pesaro), che mantengono una forte caratterizzazione industriale e con il più elevato tasso di attività della popolazione.
Ancora, arrivano le 25 città dei «gabbiani» cioè le città del benessere maturo, pari al 16,1% della popolazione insediata. Sono città in prevalenza del Centro Nord e marittime. In particolar modo, tutte le città liguri (Genova, Imperia, La Spezia, Savona) e umbre (Perugia e Terni), la maggior parte delle toscane (Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara e Pistoia), e, procedendo verso Sud, Pescara, Campobasso e Lecce. Si tratta di città dall'economia solida ma statica, caratterizzate soprattutto dalla tendenza all'invecchiamento della popolazione.
Quinto raggruppamento è quello delle «rondini» ossia i poli della riscossa: 20 città, pari al 9,6% dei residenti nei capoluoghi (positive come le rondini). Per lo più sono città del Sud (Avellino, Bari, Benevento, Cagliari, Caserta, Catanzaro, ecc.), che tentano un allineamento con i valori medi italiani e presentano una realtà dinamica, ma lamentano l'assenza di una solidità di fondo.
In coda a questo immaginifico stormo, le «anatre» cioè 15 città arretrate, pari al 19,5% dei residenti: a conti fatti, sono le restanti città del Sud, stagnanti anche se gradevoli (come le anatre), che rimangono in posizione arretrata su tutti i fronti, sebbene più vivaci rispetto al passato (tra le altre, Agrigento, Foggia, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria).

Il testo completo dell'indagine presenta, inoltre, un'analisi dettagliata degli indicatori per ciascun gruppo di città e delle valutazioni trasversali.
Valutazioni trasversali di cui si può fare una prima sintesi. Per esempio, emerge dalla ricerca che alti livelli di ricchezza urbana e di qualità della vita portano con sè un più elevato tasso di invecchiamento della popolazione, con un picco nelle città del benessere maturo dove è pari al 23,5% contro una media del 20,3%. Ulteriore conseguenza è una maggiore presenza di stranieri e un saldo migratorio che torna ad essere positivo: l'8,3 per 1.000 residenti, che sale al 13,1 nei centri produttivi.
Altro aspetto riguarda il mercato del lavoro con tassi di disoccupazione (stima Censis a livello comunale per il 2002) compresi fra il 3,5% e il 6,6% nei primi quattro gruppi a benessere diffuso per arrivare al 21,8% nelle città arretrate.
E in materia di economia? I centri metropolitani e quelli più sviluppati, aquile e falchi, staccano decisamente tutti gli altri sia in termine di Pil pro capite, superiore ai 32 mila euro annui sia di depositi per abitante pari a 28,7 mila euro nelle metropoli e 21,9 mila nelle città dello sviluppo. Le città intermedie risultano tuttavia più dotate di unità locali e professionisti, persino di corsi universitari.

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