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Il lavoro del portiere è usurante

Per la Cassazione non esistono fonti scientifiche o sperimentali per dire che l'attività del portiere sia di modesto valore ergonomico
ROMA - Il mestiere del portiere è «usurante», dunque può dare diritto alla pensione di invalidità. Ad aprire la strada al riconoscimento dell'invalidità per chi svolge l'attività di portierato, anche alla luce del fatto che «la proposta di portare l'età minima pensionabile ai 60 anni incontra fortissime resistenze», è la Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso di un portiere napoletano, Vincenzo R. che si era visto negare l'invalidità sia dall'Inps che dalla Corte d'appello di Napoli. L'uomo, un 63enne con problemi alla cervicale, aveva richiesto all'Inps la pensione di invalidità.
La richiesta era stata negata anche dai giudici di merito alla luce del fatto che «le alterazioni artrosiche di entità medio grave non incidono sulla capacità lavorativa» di un portiere occupato in «movimenti di modesto valore ergonomico». Ragionamento non condiviso dalla sezione Lavoro della Cassazione che ha accolto il ricorso del portiere chiarendo che non esistono «fonti scientifiche o sperimentali atte a sorreggere l'affermazione che l'attività del portiere si sostanzia in movimenti di modesto valore ergonomico».
Doloroso e usurante per Vincenzo R. pulire ogni giorno le scale e l'androne del condominio con l'artosi. Così, dopo il no all'invalidità decretato dall'Inps, il portiere si è rivolto ai giudici ma sia in primo che in secondo grado la sue richiesta veniva respinta. In particolare, la Corte d'appello di Napoli, con sentenza del 20 luglio 2001, negava la pensione di invalidità sostenendo che «le patologie accertate, alterazioni artrosiche di entità medio-grave non incidono nella misura di legge sulla capacità lavorativa del soggetto tenuto conto della sua età (è del 1941), e dell'attività di portiere».
Insomma, ad avviso dei giudici di merito, lo stato di «ridotta inabilità» di Vincenzo R. era da considerarsi compatibile con le mansioni richieste ad un portiere per le operazioni di pulizia che si sostanziano prevalentemente in movimenti di modesto valore ergonomico degli arti superiori e non impegnano il rachide in dinamiche della flessione».
Contro il no all'invalidità, il portiere ha protestato in Cassazione facendo notare che la motivazione era «contraddittoria» poiché da un lato si ammetteva che le condizioni del portiere erano di «rilievo nosografico» e dall'altra si escludeva la natura «usurante» dell'attività. La Suprema Corte ha giudicato «fondato» il ricorso di Vincenzo R. Scrive il relatore Alberto Spanò nella sentenza 20456/04 che «non si può concludere nel senso di una scarsa incidenza del quadro patologico sulla capacità del lavoratore richiamando l'età anagrafica, non certo giovanile, poiché trattasi di soggetto di oltre 60 anni di età».
In verità, annota piazza Cavour, «pure in presenza di un notevole allungamento della vita media ed anche di quella lavorativa, la proposta di portare l'età minima pensionabile ai 60 anni incontra fortissime resistenze da parte delle organizzazioni dei lavoratori, specie con riferimento ad occupazioni che risultano sempre più gravose con la naturale diminuzione dell'efficienza fisica». Alla luce di questa considerazione, piazza Cavour invita quindi a tenere in considerazione la natura usurante del lavoro, visto che non ci sono «fonti scientifiche o sperimentali atte a sorreggere l'affermazione che le attività del portiere addetto ad un condominio si sostanziano prevalentemente in movimenti di modesto valore ergonomico» come aveva concluso la corte d'appello. Di qui la decisione della Suprema Corte di accogliere il ricorso del portiere, rinviando alla Corte d'appello di Salerno che «valuterà la natura usurante dell'attività lavorativa» del portiere.

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