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Londra - Bio-abbigliamento da mercato di nicchia a moda globale

Da giovedì prossimo, la catena di grandi magazzini Selfridges offrirà una linea di vestiti prodotti da People Tree, una società britannica che dal Terzo Mondo importa vestiti realizzati seguendo il principio del commercio equo
LONDRA - L'etica e l'ambientalismo sono termini che raramente vengono associati al ben più frivolo mondo della moda, ma mentre un tempo ad indossare abiti di cotone biologico non erano certo persone troppo preoccupate dalle ultime tendenze, oggi il mercato dell'abbigliamento britannico comincia a riconoscere il potenziale di abiti che all'estetica uniscono anche la responsabilità sociale.
Da giovedì prossimo, la catena di grandi magazzini Selfridges offrirà una linea di vestiti prodotti da People Tree, una società britannica che dal Terzo Mondo importa vestiti realizzati in materiali biologici seguendo il principio del commercio equo. L'iniziativa, scrive oggi il quotidiano «The Times», potrebbe ufficializzare quella che da qualche tempo sta diventando una tendenza emergente.
Società come Nike, Timberland, Patagonia e la britannica H&M, infatti, si sono già mosse in questa direzione: dal prossimo anno Timberland lancerà una linea di T-shirt realizzate interamente in cotone biologico, mentre negli Usa Nike ha già in vendita una linea prodotta con materiali biologici al 95%.
Abbracciare la nuova tendenza, però, comporterà rischi.
Mike Barry, manager per lo sviluppo sostenibile per la catena di negozi Marks & Spencer, ha spiegato al giornale che il cotone prodotto da coltivazioni biologiche costa dal 10 al 30% in più di quello normale. «Abbiamo ancora molta strada da fare», ha detto Barry, «ma abbiamo avuto successo in questo tipo di campagne in passato. Per esempio siamo riusciti a raggiungere l'obbiettivo di non vendere più uova prodotte da polli da batteria nel giro di cinque anni».
La stilista Katherine Hamnett, che si batte per l'introduzione di standard più equi e socialmente responsabili nel settore dell'abbigliamento, soprattutto per quanto riguarda la manifattura dei prodotti nei Paesi in via di sviluppo, concorda nel dire che il processo non sarà breve. «Questo è un settore pigro», ha detto, «per far cambiare le cose è necessario che la gente inizi a richiedere certi standard e chieda da dove arrivano i vestiti. A quel punto, molti più negozi si renderebbero conto della tendenza».

Secondo Craig Sams, presidente della Soil Association, un'organizzazione britannica che regola gli standard delle coltivazioni biologiche, il mercato britannico del cotone biologico è ancora agli inizi e non è sviluppato come in altri paesi come la Germania e gli Usa.
Il mercato nordamericano del cotone biologico, infatti, ha visto le vendite crescere del 22% dal 1996 al 2001 e si prevede che registrerà una crescita del 39% tra il 2000 ed il 2005.
Questo incremento non può rappresentare altro che una fonte di soddisfazione per coloro che si battono per l'ambiente e per un commercio più equo.
Secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, sono 20.000 le persone dei Paesi in via di sviluppo che ogni anno muoiono a causa dei pesticidi utilizzati nella coltivazione del cotone non biologico. Dato che la pianta è una delle specie più vulnerabili ai parassiti, circa un quarto della quantità di pesticidi utilizzati nel mondo viene destinata esclusivamente al cotone. Si calcola che per ogni T-shirt vengono impiegati circa 150 grammi di pesticidi.

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