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È morto il telecronista Nando Martellini

Alla sua voce è legato l'ultimo trionfo della Nazionale italiana che vinse, in Spagna, i Mondiali del 1982. è lui che gridò per tre volte «Campioni del mondo»
ROMA, 5 maggio '04 - Nando Martellini, il popolare telecronista sportivo nato il 7 agosto del 1921 a Roma, è morto questa mattina al policlinico «Gemelli» di Roma dove era ricoverato da alcune settimane. Alla voce di Martellini è legato l'ultimo trionfo della Nazionale italiana che vinse, in Spagna, i Mondiali del 1982. Per gli azzurri fu il terzo titolo iridato, un trionfo che Martellini portò nelle case di tutta Italia gridando per tre volte «Campioni del mondo».

Sandro Ciotti, Enrico Ameri, adesso Nando Martellini. E' un altro piccolo pezzo di storia del calcio, e del costume, italiano che se ne va nel giro di soli dieci mesi.
Quel «campioni del mondo» gridato per tre volte da Madrid entrò nelle case di tutti gli italiani ed è un ricordo incancellabile di quel luglio '82, assieme all'immagine dell'urlo di Marco Tardelli e delle braccia di Zoff che stringono la Coppa (le immortalò anche Renato Guttuso), mentre Bruno Conti scoppia a piangere e il Presidente Pertini quasi cade dalla tribuna d'onore per la gioia.
Ricordi che scorrono assieme a quello di Martellini, il telecronista di quel calcio delle figurine che adesso non c'è più, come lui, che di quegli «eroi» attaccati con la coccoina descriveva le gesta durante la telecronaca del secondo tempo di una partita, alle sette della domenica sera.
Se nel luglio '82 ci fosse già stato l'auditel, avrebbe «stracciato» ogni record, ma quella era un'epoca ancora «artigianale» e lo sport non era ancora totalmente sottomesso alla televisione. Il mondo del pallone era più umano, anche le partite raccontate da quel signore bravo quanto schivo, che nella notte della finale, poche ore dopo la partita, invece di immergersi anche lui nella grande festa madrilena salì sul primo aereo per l'Italia, perché aveva un'altra festa da celebrare e non voleva assolutamente mancare: l'anniversario di matrimonio.
Nando Martellini fu il cantore dell'impresa degli azzurri al Bernabeu e di mille altre vicende del pallone, come quando Pelè salì fino quasi in cielo, rimase sospeso in aria per un istante e vanificò gli sforzi di Burgnich. Cominciò così, con quel gol su colpo di testa, quel Brasile-Italia 4-1, la partita dei sei minuti di Rivera, un'altra finale mondiale, quella del '70, che Martellini raccontò agli italiani. Pochi giorni prima era stato sempre lui il cantore di Italia-Germania, l'epica del pallone, la partita che sarà sempre ricordata per l'altalena di emozioni e che ne provocò tante anche a Nando, cronista solitamente compassato ma che quella volta, quando segnò Rivera, provò a gridare ma aveva la voce soffocata dal sentimento che stava provando in quel momento.
Martellini era arrivato a quelle storiche telecronache dei Mondiali messicani quasi per caso: non era lui la prima voce Rai dell'epoca, ma il suo predecessore e maestro Nicolò Carosio, altro personaggio indimenticabile, che venne richiamato a Roma dopo aver definito «negraccio» il guardalinee etiope che aveva convinto l'arbitro brasiliano De Moraes ad annullare il gol degli azzurri in Italia-Israele 0-0.
Non si poteva non voler bene a Nando Martellini, gli si perdonava volentieri anche il «vezzo» di chiamare «Jacobelli» Spillo Altobelli: successe più di una volta, ma andava bene lo stesso. Martellini era una «bandiera», così come Ameri e Ciotti, così come Riva a Cagliari, Rivera nel Milan, poi Antognoni nella Fiorentina. Adesso il calcio è un'altra cosa, è business con i club che vengono definiti aziende. Ha perso molto in poesia, e senza Martellini anche in signorilità.

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