Domenica 22 Luglio 2018 | 10:34

La crisi del siderurgico

Ilva, lascia il manager Munari
«Col decreto è mutato il quadro»

Nel giro di due settimane via il direttore generale Massimo Rosini, che si è dimesso volontariamente, via il nuovo direttore generale Marco Pucci e adesso via il direttore commerciale

Ilva, lascia il manager Munari«Col decreto è mutato il quadro»

di Domenico Palmiotti

TARANTO - Non c’è pace per l’Ilva. Nel giro di due settimane via il direttore generale Massimo Rosini, che si è dimesso volontariamente, via il nuovo direttore generale Marco Pucci, di provenienza interna e costretto a dimettersi nel giro di 24 ore perché è saltata fuori la doppia condanna, in primo grado e in appello, per gli otto morti del rogo della Thyssen di Torino (Pucci era nel cda), e adesso via il direttore commerciale Maurizio Munari, anch’egli volontariamente. Torinese, arrivato dalla Fca, l’ex Fiat per intendersi, Munari ha guidato la direzione commerciale dell’Ilva da ottobre a gennaio. E’ lo stesso manager ad affidare ad una breve nota l’annuncio. Vi si legge: «A quattro mesi dalla mia nomina alla direzione della divisione Vendite, marketing e business development del gruppo Ilva ho deciso di lasciare l'incarico. Alla luce delle recenti evoluzioni che hanno riguardato il gruppo Ilva, ritengo che non vi siano più le condizioni per poter portare a termine il mandato che sono stato chiamato a svolgere»

«Sono un manager industriale e sono stato chiamato qui con un mandato preciso: rilanciare l’azienda, acquisire ordini, far crescere il fatturato e riportare i clienti che si erano allontanati - dichiara Munari alla “Gazzetta” -. Lascio con una situazione migliore rispetto a quella trovata: c’è un team affiatato che saprà far bene da ora in avanti, ci sono quattro mesi di produzione assicurati, sono tornati clienti che l’Ilva aveva perso come Fca, Snam, Crown, la banda stagnata». Chiediamo a Munari se le sue dimissioni hanno le stesse motivazioni del dg Rosini, che ha lasciato l’Ilva proprio perchè il decreto del Governo, nel frattempo diventato legge, ha cambiato il quadro di riferimento. Ovvero si è passati dallo Stato che, prima di cedere l’Ilva, voleva risanarla e rilanciarla, allo Stato che invece adesso si dà sei mesi di tempo per consegnare l’azienda ai nuovi privati (la legge dice infatti che la procedura dovrà concludersi entro giugno). «Le mie dimissioni - spiega Munari - non sono collegate a quelle di Rosini. E’ chiaro, però, che il quadro è mutato. Ieri si parlava di rilancio mentre tra poco parleremo di due-diligence e di privati chiamati a valutare i conti e lo stato di salute dell’azienda. Il futuro dell’Ilva? Sono fiducioso. Vedo che c’è grande attenzione da parte del Governo e spero che l’azienda possa svoltare».

Quadro mutato, quindi, dice Munari. Non ha dato spiegazioni Rosini quando, ad un anno dal suo arrivo da Indesit, si è dimesso. Ma anche in questo caso è evidente che il manager abbia preferito farsi da parte quando ha capito che con un’azienda in vendita e con una legge che affida al privato che arriva sia il piano industriale che quello ambientale, non aveva poi senso continuare a lavorare su una prospettiva di rilancio dell’Ilva. E sì perchè Rosini, portato all’Ilva da Andrea Guerra quando era consigliere del premier Matteo Renzi, aveva chiamato uno dei consulenti dell’ex commissario Enrico Bondi - il docente universitario Carlo Mapelli - e gli aveva fatto attualizzare e riprendere in parte il piano che prevedeva il passaggio della produzione dal carbon coke al gas e dal minerale di ferro al preridotto. Obiettivo, tagliare ancora le emissioni inquinanti.

L’uscita di Munari viene letta con «stupore» dall’Ilva. Fonti aziendali parlano di «dimissioni inaspettate» perchè si discuteva di ripartizione delle deleghe come chiesto dallo stesso Munari. Al quale, tra l’altro, dicono le fonti Ilva, erano state riproposte tutte le deleghe che aveva e gli era stata proposta anche una commisurazione della parte variabile della remunerazione ai risultati commerciali e al trasferimento dei complessi aziendali. Ma questo, evidentemente, non ha convinto Munari a restare all’Ilva. Il manager - secondo comunicazioni rese a suo tempo dall’azienda - aveva incrementato gli ordini del 23 per cento a ottobre su settembre e del 15 per cento a novembre su ottobre.

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