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Tra baci galeotti e «lanci»
così la droga arriva in cella

Tra baci galeotti e «lanci»  così la droga arriva in cella

Il 20 gennaio il ritrovamento di 80 grammi di droga buttati dall’esterno all’interno del carcere, dove sono stati recuperati dalla polizia penitenziaria; 5 giorni fa alcuni detenuti lavoranti, impegnati in lavoro all’esterno delle celle ma sempre all’interno della casa circondariale, controllati dagli agenti di custodia e trovati in possesso di qualche dose di droga, che potrebbero aver raccolto dopo che qualcuno l’ha nuovamente lanciata dall’esterno della struttura. Gli ultimi sequestri in ordine di tempo effettuati dalla polizia penitenziaria nel carcere al rione delle Casermette, che si aggiungono a decine di episodi analoghi degli ultimi anni, riportano alla ribalta della cronaca da una parte l’«ingegnosità» di chi cerca di far entrare sostanza stupefacente nella struttura e dall’altra l’azione di contrasto della penitenziaria che ha svelato negli anni vari stratagemmi.

La droga (ma talvolta entrano anche telefonini e in un’occasione anche una pistola a sentire un pentito) viene introdotta nascosta nel cibo; occultata nelle ciabatte; infilata dentro i sigari o pezzi di scacchi; sistemata nello spazio tra due bicchieri di carta; passata al momento del colloquio tra parenti e detenuti con vari escamotage non ultimo quello del bacio in bocca; buttata dall’esterno del carcere per essere raccolta dai detenuti che hanno il permesso di lavorare fuori le celle ma sempre rimanendo, chiaramente, all’interno della struttura; oppure introdotta da chi ci lavora in carcere. Sono infatti decine i metodi inventati (si parla ovviamente di quelli scoperti) per introdurre la droga in carcere destinata sia all’uso personale - mediamente un sesto dei carcerati ha problemi di tossicodipendenza - sia ad essere spacciata nelle celle.

Metodi scoperti nel corso degli anni dalla polizia penitenziaria che, oltre ai controlli anche con cani antidroga talvolta sui familiari che si recano quotidianamente a colloquio con i parenti carcerati, spesso esegue perquisizioni «massicce» e/ mirate (come quella dell’ottobre 2016 che portò al rinvenimento di 40 grammi di hashish nella sala socialità del reparto destinato a chi sconta pene definitive) nelle celle sulla base di indizi e sospetti. Fu proprio attraverso una maxi-perquisizione - 250 agenti impegnati per ispezionare 220 celle in 13 sezioni e controllare 500 detenuti - che il 24 novembre del 2003 la polizia penitenziaria rinvenne in alcuni locali 30 grammi di hashish.

Tra i più ingenti sequestri di droga sono i 150 grammi sempre di hashish rinvenuti nel pacco vestiario che un foggiano (arrestato) doveva consegnare al fratello detenuto: erano nascosti in uno zoccolo. Altro metodo scoperto è quello di consegnare al detenuto ciabatte: si sega la ciabatta, all’interno si nascondono le dosi, si incolla (quando il poliziotto penitenziario addetto ai controlli dei visitatori scoprì lo stratagemma fu proprio l’odore della colla proveniente dalle calzature ad insospettirlo). In una struttura dove giornalmente entrano dalle 80 alle 100 persone per i colloqui con i detenuti, la vigilanza riguarda anche il momento del contatto tra familiari e detenuti, con una decina di arresti eseguiti in flagranza nel coso degli anni. Una donna fu sorpresa a passare qualche dose di eroina ad un familiare scambiandosi un bacio (le aveva nascoste in bocca); un altro visitatore aveva occultato le dosi nello spazio tra due bicchieri di carta sovrapposti che voleva passare al parente; un detenuto fu controllato al ritorno in cella dopo un colloquio e trovato in possesso di un fazzolettino di carta in cui c’era marijuana; cocaina fu rinvenuta in una scatola con sigari che doveva essere portata da un insospettabile (un avvocato) ad un detenuto.

C’è poi, come detto, chi la droga la lancia dall’esterno. La polizia penitenziaria questo canale di approvvigionamento (anche se non venne individuato il rifornitore) lo scoprì già nel marzo del 2009 quando un detenuto per omicidio, nel corso di un controllo al momento di rientrare in cella fu trovato in possesso di 19 grammi di hashish: non rivelò da chi li avesse avuti, sostenne comunque che era per uso personale negando di doverla spacciare in carcere: fu arrestato in flagranza e condannato in primo grado a 4 anni di reclusione. Chiedendosi come gli fosse arrivata la droga, i poliziotti penitenziari scoprirono che il recluso l’aveva fatto approfittando del beneficio di lavorare in carcere: in particolare era impegnato nei lavori di ristrutturazione di alloggi di servizio situati all’interno della struttura e non lontani dall’ingresso del carcere. Gli alloggi all’epoca erano circondati da una siepe attigua all’inferriata: fu proprio nella siepe che la polizia penitenziaria rinvenne altri 100 grammi di hashish, utilizzando cani antidroga: qualcuno dall’esterno buttava lo stupefacente destinato a detenuti lavoranti.

Altro canale di approvvigionamento è quello che porta a dipendenti «infedeli». Dal ‘92 ad oggi sono una decina i poliziotti penitenziari arrestati su ordinanze cautelari oppure in flagranza: il blitz più famoso è dei primi anni Novanta con una mezza dozzina di arresti cui seguirono condanne per alcuni imputati e poggiava sulle dichiarazioni di un pentito che parlò anche di una pistola introdotta in carcere, oltre a droga ed alcolici. L’ultimo arresto in ordine di tempo è invece quello eseguito in flagranza all’interno dello stesso carcere il 28 febbraio di un anno fa un assistente capo della polizia penitenziaria fu perquisito dai colleghi e arrestato dopo che nel pacco del vitto fornito dall’amministrazione penitenziaria vennero rinvenuti 500 grammi di hashish e 9 grammi di cocaina, da cui ricavare complessivamente oltre 1540 dosi: è il sequestro più ingente di droga eseguito all’interno della struttura foggiana. L’imputato (secondo l’accusa era uscito per pochi minuti dal carcere portandosi dietro il sacchetto ritirato alla mensa, rientrando subito dopo) si dichiarò innocente, poi optò nei mesi successivi per un patteggiamento a 2 anni e 8 mesi di reclusione.

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