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Venerdì 24 Novembre 2017 | 11:54

dramma

A Manfredonia non c'è lavoro
l'unico a parlarne è il vescovo

Manfredonia

di MICHELE APOLLONIO

MANFREDONIA - Fra i tanti carichi che si attribuiscono al mese di settembre, quello della ripresa del lavoro è il più antico e accreditato. E non solo per la semplice considerazione che viene dopo i mesi delle vacanze. Ma a Manfredonia a quanto pare non è così. La sola parola è diventata un tabù che si evita attentamente. Le «autorità preposte» pare abbiano rinunciato a darsi da fare. Anche i sindacati ci credono poco o niente. Si fanno mille bilanci di cose scontate, ma del lavoro, dell’occupazione neanche un cenno, un riferimento.

A Manfredonia tutto pare ovattato con distrazioni di circostanza, divagazioni estemporanee che non fanno arrosto ma solo fumo, tanto fumo. Pare non interessi il dilagante disagio sociale ed economico causa di forti distorsioni di ogni genere. A fare cenno al lavoro, a quello che rappresenta in termini di umanità, socialità, economia, è rimasto il solo arcivescovo Castoro. Ma chi lo ascolta. Le sue parole vengono riprese per essere rilanciarle strumentalmente. A Manfredonia il lavoro latita. Quelle attività produttive, e ce n’erano tante, sono cessate, sparite ad una ad una. Ormai non c’è più neanche un’azienda sulla quale imbastire una qualche sceneggiata. Quella gente, quei lavoratori che si erano aggrappati alle promesse, hanno mollato. Ormai non ci credono più. E’ stata rubata loro anche la speranza, per dirla con mons. Castoro. Anche il vagheggiato turismo, così come presentato, diventa più un amaro miraggio.

E’ rimasta la via dell’emigrazione. Chi, e sono in tanti, migliaia, vuole lavorare, mantenere la famiglia e magari farsi un futuro, va via da Manfredonia. Un esodo sempre più evidente. Lasciano la città semplici operai ma anche professionisti, giovani e meno giovani. Il lamento è sempre lo stesso: «che ci stiamo a fare qui, non c’è nessuna prospettiva».

Anche quella compagine coriacea di oltre duecento lavoratori della Sangalli-Manfredonia vetro, si è sfaldata. Hanno tenuto tenacemente per quasi tre anni dallo stop della fabbrica. Le forze sono venute meno. In tanti hanno preso altre vie per sopravvivere. Giovedì prossimo, 21 settembre, ci sarà la seconda asta per la vendita dello stabilimento. I giochi che alcuni imprenditori esteri stanno conducendo da tempo non lasciano grandi spazi per una conclusione che faccia rinascere quella che è stata una realtà produttiva straordinaria. L’obiettivo pare di capire, è quello di fare business pagando meno di una decina di milioni di euro un impianto che ne vale molto di più. Naturalmente senza garantire il lavoro.

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