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Giovedì 19 Ottobre 2017 | 03:54

Solidarietà in paese

Biccari, restano agli arresti
le maestre «violente»

Nei video dei carabinieri ceffoni, umiliazioni e mortificazioni. Il gip conferma i domiciliari

Biccari, restano agli arrestile maestre «violente»

BICCARI - «Gli interrogatori di garanzia non hanno scalfito la “prova regina”, costituita dalle intercettazioni audio/video», in cui si vedrebbero le maestre dare ceffoni ad alcuni loro alunni. Lo scrive il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Foggia Armando Dello Iacovo nell’ordinanza di rigetto delle istanze difensive di rimettere in libertà 3 delle 4 maestre della scuola elementare di Biccari, arrestate il 15 aprile scorso alla vigilia di Pasqua e poste ai domiciliari con l’accusa di maltrattamento di minori all’interno di un istituto di formazione. Le 4 maestre - Lucia Saldarelli di 54 anni; Ernesta Salandra di 58 anni; Maria Concetta Stampone, 59 anni; e l’insegnante di sostegno Marianna Bimbo di 41 anni - respingono le accuse. Tre di loro - Salandra, Stampone e Bimbo - avevano risposto alle domande del gip negli interrogatori svoltisi in Tribunale a Foggia lo scorso 21 aprile, all’esito dei quali gli avvocati Michele Vaira (per Salandra e Stampone) ed Ettore Preziuso (per la Bimbo) avevano chiesto la rimessione in libertà. La sola Saldarelli si era avvalsa della facoltà di non rispondere: i suoi legali, gli avvocati Luigi Leo e Anna Maria Tatarella, hanno presentato ricorso al Tribunale della libertà di Bari per chiedere l’annullamento del provvedimento cautelare.

I fatti contestati alle 4 maestre - ceffoni, umiliazioni e mortificazioni di 6 bambini di 2° e 4° elementare - vanno dal dicembre 2016 al marzo 2017; e l’accusa poggia sui video registrati dalle telecamere nascoste dai carabinieri in un paio di aule. Salandra, Stampone e Bimbo davanti al gip hanno «escluso categoricamente di aver mai alzato le mani, o visto alzare le mani, sui loro alunni, senza però contestare» scrive ora il gip Dello Iacovo nel provvedimento di rigetto dell’istanza difensiva di revoca e/o sostituzione dei domiciliari «vizi strutturali degli strumenti usati per le intercettazioni, o travisamenti nell’identificazione delle persone monitorate».
Per il gip la prova regina, i video, resta valida. «Parlano le immagini degli schiaffi ai volti degli alunni, gesti inequivocabilmente violenti» annota il giudice «ormai da tempo stigmatizzati dalla giurisprudenza. Uno schiaffo non è per definizione un mezzo di correzione/educazione, perché contraddice il fine educativo, che è quello di conseguire un armonico sviluppo della personalità dell’alunno, sensibile ai valori della convivenza pacifica e tollerante». Il gip ribadisce quanto già scritto nelle ordinanze cautelari che portarono all’arresto delle maestre: «Lo schiaffo esce dal perimetro del mero abuso dei mezzi di correzione ed entra in quello delle percosse o de maltrattamenti».

E in questo caso sussiste il più grave reato di maltrattamenti perché «non si tratta di ceffoni occasionali, ma di decine e decine di schiaffi ai volti di diversi alunni, “spalmati” in circa tre mesi, tanto quanto sono durati i monitoraggi nelle classi dell’istituto “Roseti” di Biccari. Le reiterazione degli schiaffi in un intervallo così ristretto basta e avanza» rimarca il gip Dello Iacovo «perr richiamare l’abitualità del delitto di maltrattamenti. E non rileva il fatto che gli episodi selezionati dagli investigatori siano ben pochi rispetto alle centinaia di ore di complessiva durata dei monitoraggi. Il reato di maltrattamenti è integrato anche quando le sistematiche condotte violente si alternano a periodi di normalità ed allo svolgimento di attività persino “gratificanti” per le vittime».

La difesa ha depositato attestati di solidarietà e dichiarazioni di genitori di alunni ed anche disegni di scolari per escludere che la vita in classe fosse intollerabile, come si legge negli atti d’indagine. «Questo spiegamento di forze della difesa non può pero far venire meno» la replica del gip «i gravi indizi di colpevolezza a carico della maestre. L’idoneità mortificante degli schiaffi era e resta una base sufficiente per ipotizzare i maltrattamenti e imporre la tutela delle parti lese, a prescindere dall’apprezzamento di una loro effettiva mortificazione. Del resto poi non è affatto detto che i maltrattamenti e la mortificazione debbano essere “autocertificati” dalla parte lesa; il reato di maltrattamenti offende un bene pubblico - la famiglia o come in questo caso la comunità scolastica - ed è procedibile d’ufficio, a riprova di una sua offensività oggettiva non rimessa alla percezione e alla valutazione della singola parte lesa. Specie se la parte lesa è un alunno di scuola elementare, particolarmente vulnerabile per età e sudditanza psicologica, e proprio per questo non necessariamente in grado di percepire la valenza mortificante di uno schiaffo».
Ne deriva che per il gip «il quadro indiziario resta intatto; né vi sono nuovi elementi che inducano a rimeditare le due esigenze cautelari - rischio i recidiva e inquinamento delle prove - poste alla base dell’ordinanza cautelare».

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