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il caso della coop futura di foggia

Al lavoro senza stipendio
per non lasciare i malati

Novanta famiglie sul lastrico, i lavoratori: i nostri pazienti più sfortunati di noi

Al lavoro senza stipendio  per non lasciare i malati

di Massimo Levantaci

La piaga dei novanta dipendenti della Coop Futura è paragonabile alle storie di tutti quei malati psichici che gli operatori della coop assistono quotidianamente, pur non ricevendo stipendio regolare e conducendo per questo un’esistenza molto precaria. I lavoratori sono per la maggior parte infermieri professionali, operatori socio-sanitari, cuochi, fisioterapisti assegnati alle sette sedi della coop Futura, tre delle quali a Foggia (in via Motta della Regina, viale degli Aviatori e in via Leone XIII) e le altre quattro nei centri diurni di Anzano di Puglia, Troia, Panni, Deliceto. «Soltanto ad agosto - informa Leonardo Loffredo, un portavoce dei lavoratori - ci è stata versata la mensilità di aprile. Prima che arrivi il prossimo stipendio di maggio quanto dovremo attendere? Così va ormai la gestione delle nostre mensilità fra amministrazione della Coop Futura e dell’Asl, nessuno si preoccupa più di noi, abbiamo un arretrato di 36 stipendi non pagati senza che nessuno finora ci abbia fornito una spiegazione. Abbiamo presentato anche un esposto alla Procura della Repubblica senza però finora essere stati ancora ascoltati».

Eppure la speranza di un futuro migliore esiste anche alla Coop Futura. Si chiama Anteo la finestra sul domani, è la cooperativa di Biella che, secondo le intese sottoscritte qualche mese fa con l’Asl, dovrebbe rilevare tutte le strutture oggi gestite dalla coop foggiana, indiscrezione venuta fuori a maggio. «Solo che da allora non abbiamo più saputo nulla della Anteo - sottolinea Loffredo - ma è più sconcertante sapere che nè l’Asl e nemmeno la Regione sembrano mosse dall’esigenza di venire a capo di questa vicenda. E intanto a rimetterci sono sempre i lavoratori che vengono pagati in ritardo, non hanno certezze sul proprio futuro e continuano a essere defraudati del proprio reddito perchè delle 36 mensilità che l’azienda ci deve si sono perse le tracce».

Nel frattempo nelle case-famiglia la vita scorre come sempre e l’assistenza ai malati psichici non subisce contraccolpi. Lavoratori e degenti condividono gli stessi ambiti, vivono quasi in comunità ed è questo forse l’aspetto che maggiormente lega il lavoro di queste persone a un’attività che, sul piano economico (ma forse solo su quello) non arreca altri vantaggi. «Ci dà la forza di andare avanti sapere che conosciamo queste persone da quindici o anche vent’anni e le sentiamo quasi come fossero dei nostri parenti acquisiti. Vorremmo andarcene, ognuno di noi spera in cuor suo di cambiare aria perchè in queste condizioni è davvero difficile andare avanti. Ma non lo facciamo perchè sarebbe come fare del male a persone che ormai fanno parte del nostro quotidiano, le abbandoneremmo al loro destino. E poi noi dove possiamo andare a cinquant’anni? Nessuno ci prenderebbe con la crisi che c’è in giro, restiamo perciò abbarbicati al nostro lavoro nell’attesa che almeno ci arrivino gli stipendi nel mese giusto. Ma qualcuno, per favore, ci dia una risposta che così non si può andare più avanti».

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