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Martedì 22 Maggio 2018 | 19:29

L'affare droga

Le mani della «Società»
sui traffici di cocaina

Le mani della «Società»  sui traffici di cocaina

Marijuana libera, cocaina ed eroina no. Non è una proposta di legge ma la situazione dei traffici e dello spaccio di droga in città, dove la vendita delle droghe leggere - marijuana e hashish, la prima spesso prodotta in loco, la seconda che arriva per lo più dal nord Africa attraverso vari canali - non è soggetta a imposizione, che invece ci sono della criminalità organizzata per quanto riguarda le droghe pesanti, cocaina ed eroina. Come emerge anche dal blitz «Saturno» della Direzione distrettuale antimafia di Bari e degli agenti della sezione criminalità organizzata della squadra mobile foggiana.

Il filone principale di «Saturno 1 e 2» (primi sei arresti il 17 giugno, arresti-bis lo scorso 9 settembre in seguito all’annullamento del primo provvedimento di cattura da parte del tribunale della libertà per difetto di motivazione) riguarda il racket dei parcheggi e l’imposizione di un pizzo di 50 euro al mese per ogni camion che doveva parcheggiare davanti al conservificio «Princes» in attesa di consegnare il pomodoro trasportatori; ma c’è un secondo filone, che coinvolge 2 dei 6 indagati, relativo ad un episodio di spaccio di due «panette» di hashish per 800 euro. Nel trattare l’episodio oggetto di contestazione, Dda e gip di Bari firmatario delle ordinanze cautelari allargano il discorso e dedicano un «capitolo» dell’indagine al traffico di stupefacenti.

«Durante il corso delle indagini sono state intercettate altre conversazioni» (oltre a quelle relative al presunto racket dei parcheggi) «che definiscono l’appartenenza di altre persona all’organizzazione criminale Sinesi/Francavilla», ossia il clan che avrebbe gestito l’affare pizzo davanti alla «Princes». Da un’intercettazione ambientale che coinvolge un presunto spacciatore estraneo all’inchiesta e Luciano Cupo, 45 anni, foggiano ritenuto l’uomo di fiducia del boss Roberto Sinesi, arrestato in «Saturno» sia per le estorsioni agli autotrasportatori sia per l’episodio di spaccio di hashish con l’aggravante della mafiosità. In quel colloquio Cupo - dice l’accusa- avverte l’interlocutore che la vendita del «fumo», ossia l’hashish è libera, ma non quella della cocaina, che va fatta seguendo le regole e le direttive della criminalità organizzata.

Sono le 20.30 del 7 ottobre 2015 quando la microspia della squadra mobile registra il colloquio.

Cupo: Sono parecchie volte che gli dicono a ... che stai facendo il movimento.

Interlocutore: Oh, ma che veramente Luciano, il fumo ho passato.

Cupo: Te lo dico per il tuo bene. Sono venuti un’altra volta (segue parola incomprensibile). Me lo hanno fatto dire davanti a me: “Luciano, poi dice che io sono cattivo, sono malamente, se lo vengono a sapere gli altri è peggio ancora“. E mi ha detto: “diccelo tu”. Io ho detto: “dopo ci parlo io, se lo fa la deve finire, la deve finire”».

Interlocutore : No, non ti preoccupare, non faccio niente.

Cupo: No, ma basta e ma perché vengono a dire ‘sti fatti?

Interlocutore: Ma lo sai perché, mo te lo dico: quando si ubriacano e dicono “dammi un mezzo, dammi un mezzo”, pensano veramente che tengo la droga e poi mi rompono il c... tutti quanti, capito?.

Cupo: Qua non devi far capire niente, che quelli si vendono i cristiani, ti fanno andare nel cesso a te capito, perché loro non la prendono qua, io lo so, però la devono vendere ai forestieri, capito. Però per portarcerla a qualche foggiano, prendi e mettono a qualche ragazzo di mezzo. Dico, allora perché ti devi inguaiare per la 50, la 100 euro.

Interlocutore: No, te lo giuro, non faccio niente.

Cupo: Perché questa qua sopra questi fatti fanno proprio male alle persone. Io lo so, perché ho parlato proprio con i grandi e ho detto: “mo’ me la vedo io. Quello” (ossia il nome dell’interlocutore) “è roba mia, ci parlo io”.

Interlocutore: Te lo giuro, te lo giuro.

Cupo: Corrispondo io, che da dopo che corrispondo io, basta che non mi fai andare la parola mia nel cesso.

Interlocutore: No, no, ti do la parola.

Cupo : A posto, l’importante è che se è qualcosa, ho una voce in capitolo che posso.

Interlocutore: Lo sai che io ho pure sbagliato perché l’altra volta è venuto, quel ragazzo viene da Potenza e mi ha portato un po’ di fumo, però non ci capisco niente, ce l’ho fatto assaggiare perché non ci capisco, quello è lo sbaglio mio. Tenevo cinque panette.

Cupo: Per il fumo non ci sta nessun ordine.

Interlocutore: Ma pure la coca.

Cupo: È la bianca che qua davanti né la devi dire e né la devi fare.

Interlocutore: Allora mo ti dico, pure la cosa l’altra volta me l’hanno (segue parola incomprensibile). Ho detto: Tiè fatevela perché tanto non me la faccio. Ma ogni volta che si ubriacano mi rompono il c... e “dai porta”: ci siamo fatti una riga però non era la mia, ce l’aveva... in macchina.

Cupo: Me l’hanno detto.

Interlocutore: Eh, e quelli mo’ si erano ingrippati che la tenevo io, che era la mia, hai capito. Ma io non ne tendo droga, che ti pensi che a me non mi fa comodo guadagnare però a me non me ne frega niente di questa cosa, Luciano. A parte che poi i cristiani chiamano sempre, io ‘sti bordelli non li voglio fare, non mi piace proprio.

Cupo: A posto.

«Ad avviso di questo ufficio» scrive l’accusa commentando l’intercettazione «la conversazione appare eloquente, laddove Cupo mette in guardia l’interlocutore riferendogli testualmente: “perché questi qua sopra questi fatti fanno proprio male alle persone, ho parlato proprio i grandi e ho detto “mo me la vedo io, quello è roba mie, ci parlo io”. Cupo sostanzialmente ha riferito all’interlocutore che se spacciava la cocaina all’insaputa della criminalità organizzata foggiana gli potevano fare molto male, in quanto lui aveva parlato con “i grandi”, significando che questo input gli era arrivato direttamente da Roberto Sinesi, responsabile del clan criminale in cui militava. Cupo, dimostrandosi ben addentrato nelle dinamiche dell’organizzazione criminale, riferiva all’interlocutore che per l’hashish non c’era alcuna disposizione, ma la cocaina non la doveva fare».

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