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Il pomodoro «etico» venduto sottocosto

di MASSIMO LEVANTACI
FOGGIA - Il pomodoro etico, ovvero raccolto solo dalle macchine e senza sfruttamento bracciantile, venduto «sottocosto» dalla Grande distribuzione. La denuncia di Marco Nicastro (Confagricoltura). «La Grande distribuzione impone alle imprese prezzi fuori mercato»
Il pomodoro «etico» venduto sottocosto
di MASSIMO LEVANTACI

FOGGIA - L’appena neoeletto presidente nazionale della sezione Pomodoro di Confagricoltura, Marco Nicastro, teme che il prossimo mandato dovrà spenderlo a spiegare agli agricoltori perché non conviene più coltivare pomodoro. Sembra un paradosso e invece è proprio così. «Produrre sottocosto non conviene – la sua tesi – e noi qui in Capitanata, come un po’ tutto il Centro-Sud ci avviamo verso u n’altra campagna piena di trappole per le imprese. L’anno scorso andò bene perché il maltempo dimezzò il raccolto, facendo lievitare i prezzi. Ma al Nord è stata una debàcle e quest’anno rischia di andare come un anno fa dal momento che è stato firmato lo stesso contratto interprofessionale».

Al Sud di questi problemi (si fa per dire) gli agricoltori non ne hanno dal momento che non si firma più un contratto agricoltori- industrie da tempo immemorabile. Ma in casi di superproduzione, com’è spesso accaduto in un passato recente, sono stati dolori di pancia per le aziende che hanno dovuto svendere. Quest’anno però c’è il distretto del pomodoro, nato un anno fa, destinato a regolamentare il mercato. Andrà davvero così? Nicastro, che con il distretto non è mai stato tenero, resta scettico nonostante sia stato appena firmato un accordo quadro. «E’ un passo avanti – risponde - quello successivo sarà la firma di un vero contratto interprofessionale fra le industrie e gli agricoltori. Lo faranno? Aspettiamo, ma nel frattempo gli investimenti nei campi si stanno già facendo e come al solito gli agricoltori stanno trapiantando un prodotto senza sapere quanto verrà loro pagato».

Il pomodoro è anche sinonimo di raccolta nei campi illegale, l’iconogafia che raffigura questa coltura vede sullo sfondo la figura del caporale o del lavoratore di colore con la schiena abbassata. Immagine stereotipata, dice Nicastro: «Ormai il 90% della raccolta avviene meccanicamente, paghiamo per ciò che non siamo più», garantisce il presidente nazionale. Così la certificazione etica sulla raccolta, anzichè essere un marchio di fabbrica che produce riflessi di mercato importanti, viene considerato dalle imprese come un inghippo burocratico. «Le imprese – ragiona Nicastro – non sono contrarie alla certificazione etica se però la fanno tutti. Non ha senso chiederla all’agricoltore e poi lasciare che la Grande distribuzione imponga i suoi prezzi sottocosto, prendere o lasciare. Ci d ev ’essere una linea uguale per tutti, altrimenti in questo modo si crea un meccanismo perverso e il mercato continuerà a essere drogato molto e più di prima».

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