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Foggia, il «Ghetto» scoppia senza lavoro

di MASSIMO LEVANTACI
FOGGIA - Anche gli immigrati sono senza lavoro, le aziende agricole non chiamano più come un tempo. La cartina di tornasole è il Ghetto di Rignano che con circa 800 ospiti presenta numeri estivi, rispetto ai 200-300 di media del periodo. Non è un fenomeno circoscritto in Capitanata, le chiamate non arrivano nemmeno da altre regioni. La Fai Cisl: «Lavoro in crisi, ma sui contratti non facciamo sconti»
Foggia, il «Ghetto» scoppia senza lavoro
di Massimo Levantaci

FOGGIA - In Capitanata il lavoro scarseggia pure in agricoltura, lo testimoniano le centinaia di immigrati che stazionano al ghetto di Rignano senza far nulla. Una volta di questi tempi la bidonville che la Regione vorrebbe chiudere si spopolava, restava nei mesi invernali il solito zoccolo duro di 200-300 persone perchè gli altri trovavano lavoro in altre regioni. La crisi occupazionale si affaccia anche tra gli immigrati e si avverte in tutte le regioni, non sotanto in Capitanata: per questo oggi chi non trova un lavoro si ferma al Ghetto, il grande «centro di raccolta» della manovalanza immigrata, le cui presenze sono attualmente da stagione estiva (500-800), nonostante la stagione del pomodoro sia finita da tempo. Cosa succede? La forte meccanizzazione del lavoro in campagna ha ridotto la manodopera, il resto lo fanno le aziende con la loro politica “sparagnina” tesa a ridurre i costi, in tempi di spending review.

Il presidente di Confagricoltura, Onofrio Giuliano, ha lanciato l’allarme: niente più accordi «calati dall’alto, è l’ora di pensare a una contrattazione di territorio con i sindacati che tenga conto delle reali condizioni di mercato». Ma in vista del rinnovo del contratto provinciale dei lavoratori agricoli queste parole suonano come una dichiarazione di guerra per le sigle sindacali che invece chiedono, oggi come non mai, il rispetto dei contratti. E’ la Fai Cisl a lanciare l’altolà a Giuliano: «La prossima piattaforma sarà elaborata nell'esclusiva indicazione delle norme demandate dal contratto nazionale, senza fughe in avanti ma anche senza arretramenti», risponde a muso duro il segretario Franco Bambacigno.

Nonostante gli accordi e le prese di distanza anche da parte delle organizzazioni agricole, il sommerso in agricoltura ha conosciuto cifre iperboliche anche quando non c’era la crisi economica. Figuriamoci ora di fronte a certi ultimatum. «Ho l’impressione – rileva il sindacalista – che si continui a menare il can per l'aia, non si vuol vedere in faccia la realtà. A volte bisogna lavorare tre giornate per vedersene registrare una, non è dunque una questione di contratti ma di applicazione delle norme che tutelano i diritti e i doveri dei lavoratori».

L’idea di una contrattazione di territorio deriva dalla necessità di «trattenere il lavoro immigrato in Capitanata», almeno quello già formato e specializzato. Giuliano denuncia la difficoltà da parte delle imprese a «rinnovare i contratti a quei lavoratori già inquadrati nelle aziende perché sono cambiate le condizioni di contesto». «La fuga di questi lavoratori ci sarà senz’altro e anzi verrà incrementata – gli fa eco il segretario Fai Cisl – non perché le imprese siano nell’impossibilità di sottoscrivere i contratti secondo gli schemi finora applicati (calcolo dell’inflazione, minimi tabellari: ndr), ma perché saranno i lavoratori ad andar via, attratti da condizioni di lavoro migliori».

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