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Foggia, chiude la ditta «E' colpa del racket»

FOGGIA - Il titolare della Az ceramiche conferma la volontà di chiudere i battenti della sua azienda dopo l'enesimo atto intimidatorio commesso a un mezzo (fu dato alle fiamme). L'imprenditore ha intenzione di trasferire tutto a Pescara. Il prefetto e il sindaco gli avevano chiesto di ripensarci. La preoccupazione per i dipendenti
Foggia, chiude la ditta «E' colpa del racket»
FOGGIA - «Se Alessandro Zito non ha ancora posto definitivamente la parola fine alla sua esperienza lavorativa a Foggia, confermando quindi la chiusura della sede foggiana della sua azienda causa racket, è soltanto perchè è dispiaciuto e preoccupato per i dipendenti, una quindicina tra diretti e indiretti. Gli dispiace per il loro lavoro a rischio e sta cercando soluzioni alternative: se non fosse per queste preoccupazioni sul futuro di persone con cui ha lavorato per anni in città, avrebbe già confermato la decisione annunciata giusto un mese fa, proprio attraverso il suo giornale: chiudere l’azienda perchè ha paura dopo essere finito da due anni a questa parte nel mirino di ignoti estorsori: proiettili, lettere anonime, telefonate, contatti con sconosciuti a garantirgli protezione, incendi dolosi».

L’avvocato Fabio Verile - legale di Alessandro Zito, titolare della ditta «AZ ceramiche» di arredi per bagni e forniture di materiale edile a costruttori con sede su via Manfredonia - parla con il cronista e annuncia l’addio quasi definitivo (il quasi è legato, come accennato, alle preoccupazioni per il futuro occupazione dei suoi dipendenti «foggiani» e forse anche ad un nuovo incontro con il prefetto) dell’imprenditore da Foggia.«Ha paura per la famiglia» «Da tempo Zito, sin da quando ricevette nell’agosto 2012 una busta con due proiettili trovata nella cassa della posta, aveva cominciato a trasferire la sua attività a Pescara, come ho già detto nei miei due precedenti colloqui con la “Gazzetta”.

E’ nel centro abruzzese che ha aperto un’altra sede della sua «Az ceramiche» ed è lì che ormai si svolge la gran parte della sua attività» aggiunge l’avv. Verile «tant’è che a Foggia viene giusto un giorno alla settimana per il disbrigo di una serie di incombenze. La verità è che rispetto alla sera del 3 agosto scorso - quando dopo l’ennesimo atto intimidatorio con l’incendio di un camion nel piazzale dell’azienda denunciò ai carabinieri d’essere sotto estorsione da parte di ignoti e annunciò pubblicamente tramite me la decisione di chiudere la sede foggiana dell’azienda - Zito non ha cambiato idea: ha paura per quanto successo, ha paura per la sua famiglia, sta valutando anche di lasciare Foggia e trasferirsi a Pescara: è una decisione sofferta perchè questa è la sua città. Ci ho parlato recentemente e Zito mi ha ribadito che non vuole riaprire su Foggia».

Nei prossimi giorni imprenditore e legale potrebbero tornare dal prefetto, che già li ricevette un mese fa, per comunicare la chiusura della sede dauna.La prima volta Se la decisione dell’imprenditore foggiano di 42 anni di chiudere lì dove aveva cominciato la sua attività (la «Az ceramiche» aveva prima sede in viale Michelangelo, poi si è trasferita in via Manfredonia) dovesse avere il sigillo dell’ufficialità, sarebbe la prima volta che un’azienda foggiana chiude causa racket. E’ vero, ci sono stati precedenti analoghi nel nuovo secolo in una città dove la criminalità organizzata (e non solo quella, basti pensare al ricco affare del racket delle auto rubate e restituite dietro pagamento di tangenti) fa proprio del pizzo il suo affare principale, ma in passato le assicurazioni di istituzioni e forze dell’ordine scongiurarono questa ipotesi.

Successe nella primavera del 2001 quando il titolare di una impresa edile di Andria, vincitrice di un appalto comunale di un miliardo e mezzo di vecchie lire per la pavimentazione di alcune strade, tornò sui suoi passi e completò i lavori, dopo che il questore assicurò la vigilanza 24 ore su 24 nei cantieri: inizialmente infatti l’impresa del nord Barese aveva annunciato l’addio e la rinuncia a lavorare in città, dopo una serie di attentati (incendi e pistolettate contro escavatori nel cantieri cittadini) e richieste telefoniche con minacce di morte e invito a pagare una tangente di un miliardo poi scese a 500 milioni. Successe anche nel febbraio 2004, quando una ditta barese che commercializza materiale elettrico annunciò la chiusura della sede foggiana su corso del Mezzogiorno dopo una serie di incendi dolosi e una richiesta di pizzo di 100mila euro: il questore assicurò anche in quella occasione la vigilanza della ditta e la scorta ai dipendenti impauriti, la decisione rientrò e la sede foggiana continuò a lavorare.

Quando poi nel marzo 2012 due incendi dolosi danneggiarono, a distanza di 15 minuti l’uno dall’altro, le serrande di due bar degli stessi titolari, i proprietari annunciarono il ridimensionamento dell’attività e la chiusura di due dei tre locali gestiti nel capoluogo, ma non si arrivò alla chiusura definitiva.La mediazione di prefetto e sindaco All’indomani dell’intervista all’avvocato Verile alla «Gazzetta» pubblicata il 5 agosto e in cui il legale annunciava la decisione di Zito di chiudere causa racket, l’imprenditore e il suo avvocato incontrarono in Prefettura il prefetto Luisa Latella e il sindaco Franco Landella che cercarono di convincere Zito a tornare sui suoi passi, con il rappresentante del Governo che promise massimo aiuto e protezione. Dopo quell’incontro, l’imprenditore - come spiegò il suo legale al cronista in una seconda ntervista pubblicata il 12 agosto - si prese tempo per rivalutare la sua decisione, per riflettere dopo gli attestati di solidarietà (si incontrò anche col presidente della Camera di commercio) e la parole ricevute nell’incontro istituzionale. Trascorso un mese dall’incontro in Prefettura, avvenuto la mattina del 7 agosto, Zito è ormai prossimo a ribadire la decisione iniziale: chiudere causa racket.

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