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Martedì 21 Novembre 2017 | 03:42

La Puglia cominciò a vestirsi all’Inglese

Siamo a Ginosa. Tra Puglia e Lucania. L’incontro con Angelo e Graziana Inglese, non ha niente del già detto sul Sud, pur avendone impresso totalmente il segno. Sono di Ginosa da generazioni, sono sempre vissuti qui, eppure di fronte hanno il mondo e si muovono con eguale razionalità e concretezza che si tratti di affrontare il disastro causato dalle piogge alla marina del paese o delle le conseguenze ancora imprevedibili del terribile terremoto in Giappone
• Gli Inglese e... il principe d’Inghilterra
Siamo a Ginosa. Tra Puglia e Lucania. Le due atmosfere convivono: da un lato lo scenario muto e sempre un po’ inquietante delle gravine e delle grotte; dall’altra, al contrario, il bianco e la pietra. Luci ed ombre: forse perché è sera e un vento forte soffia, deciso, tra i palazzetti lungo corso Vittorio Emanuele, portandosi rapidamente via, una dopo l’altra, immagini e suggestioni e, liberarsi poi, nervoso, verso la collina. È uno paesaggio che racconta molto di sé. C’è il Sud della Magna Grecia, dei siti archeologici e dei luoghi storici, ma c’è anche quello che oggi spinge a cercare un linguaggio più contemporaneo per essere descritto e raccontato. C’è dell’altro da dire e da cercare. Occorrono altre parole, oltre le statistiche e gli indici, per interpretare il ritmo che muove e trasforma ogni vita, trasportandola in questa o quella direzione, in un misto di desideri, aspirazioni e necessità. 

L’incontro con Angelo e Graziana Inglese, non ha niente del già detto sul Sud, pur avendone impresso totalmente il segno. Sono di Ginosa da generazioni, sono sempre vissuti qui, eppure di fronte hanno il mondo e si muovono con eguale razionalità e concretezza che si tratti di affrontare il disastro causato dalle piogge alla marina del paese o delle le conseguenze ancora imprevedibili del terribile terremoto in Giappone. Entrambi gli eventi li coinvolgono: il primo per ovvi motivi, il secondo perché il Sol levante è tra i loro mercati principali. Ciò che è successo li riguarda e ne valutano con attenzione le conseguenze: «è il rischio di questo mestiere», dicono e fanno ricorso a quella pazienza che non significa rassegnazione, ma assomiglia a quella speciale forma di resistenza di fronte agli imprevisti. 

È saper osservare, capire cosa accade nel profondo, per poi decidere quando e come agire. Una saggezza che vien da lontano: forse dalla nonna Annunziata De Franceschi, camiciaia nei primi del Novecento. Vedova con quattro figli da crescere, Annunziata è una di quelle figure di donna che allora nelle campagne più povere, al nord come al sud, avevano attrezzato nella propria casa minuscoli laboratori, con pochi telai o, come in questo caso, le prime Singer, lavorando per una propria clientela o per conto d’altri. Èla storia silenziosa e non molto frequentata di tante donne di allora e che racconta in che modo, il lavoro e la creatività femminile, ha agito rispetto al mondo delle cose. Molte di quelle artigiane erano contemporaneamente lavoratrici e «maestre» di gruppi di ragazze, cui facevano scuola e che lavoravano sotto la loro direzione e a basso costo. Alcune, tante, erano bambine appena dodicenni e la Puglia era in quel tempo una delle regioni che più di tutte impiegava ragazzine neanche adolescenti nel tessile.

Ecco perché è una storia importante; per tutto quello che contiene e che ha lasciato a ciò che è venuto dopo nel campo delle arti applicate e figurative, fino al design industriale. Ginosa era e forse è ancora terra con una antica tradizione nel ricamo e nell’uncinetto, nel cucito ed erano sempre le donne le detentrici di questa arte senza tempo. Anche Annunziata, quindi aveva il suo laboratorio in casa e le vicine come collaboratrici, avviando presto anche i figli Giovanni, Pietro e Gaetano al mestiere; anche lei aveva la sua Singer, la stessa che ancora oggi è in sartoria e che suo nipote Angelo, vorrebbe recuperare insieme ad altre e riutilizzare per la produzione: «funzionano a meraviglia». Ecco la nostra conversazione parte da qui, da un rapporto con il prodotto, che si avverte sin dalla prime battute essere quasi carnale, vivo. Siamo proprio nella sartoria Inglese, non in quella storica, attualmente in ristrutturazione, ma nei locali sottostanti; ovunque stoffe pregiate, camicie ben piegate, le belle cravatte. Su di un lato la macchina da cucire, e da una parete un po’ coperta da abiti appesi un gruppo di ragazzi anni 50 regala al visitatore un sorriso che sa di futuro e di speranza. Sono lo zio Pietro e i giovani apprendisti ritratti in una pausa fuori la bottega. 

Manca Giovanni, il papà di Angelo, l’uomo delle scelte e delle strategie: «Era eccezionale, intuitivo, estroverso e molto capace commercialmente » ricorda il figlio. Con lui si passò dalla casa al primo laboratorio vero in cui i fratelli che nel frattempo erano andati a bottega dai maestri sarti, apprendendo la cultura napoletana dell’abito sartoriale, dettero impulso alla produzione. Siamo agli inizi degli anni Cinquanta. A Ginosa intanto si era insediata già negli 30 e 40 una piccola comunità di importanti e benestanti famiglie siciliane, che in qualche modo, dice Angelo ha valorizzato il paese: «frequentavano la buona società, chiedevano abiti per la caccia cuciti a mano, insomma erano molto esigenti. Si sentiva la necessità di confrontarci con altre lavorazioni, ad esempio con quella siciliana e rifinire sempre di più la nostra». 

Qualcosa cambiò negli anni 70, con l’insediamento delle industrie, l’Ilva a Taranto, la Vianini a Ginosa e l’avvento, per quando riguarda il tessile, delle confezioni. Un passaggio importante che riguardava le aspettative, la fiducia, i sogni di tanti. Da un lato la fabbrica, quindi il posto fisso, uno stipendio certo, dall’altra venivano meno collaboratori e apprendisti. Inoltre, aggiunge Angelo: «le innovazioni affascinano inevitabilmente e chi aveva da sempre inseguito il prodotto sartoriale venne attratto dalla velocità di quella industriale; un’ora, contro le venti, venticinque, di quello artigianale». 

«Così mio padre e i suoi fratelli, che per venti anni hanno seguito questa strada, quella commerciale, salvo poi, pentirsene. Sullo sfondo la vicenda della Miroglio, altro miraggio di questa terra. Con la scomparsa di Giovanni, Angelo, giovane ma con un percorso già scritto, subentrò al padre, invertendo rapidamente il destino dell’azienda e ritornando all’antico, ad una concezione del lavoro profondamente diversa. Richiama il gruppo storico, i vecchi lavoranti e recupera l’archivio Inglese, gelosamente custodito per anni, insieme alle lavorazioni che oggi non hanno eguali. C’è tutta Ginosa e la sua finezza del ricamo, nelle asole delle camicie che Angelo ci mostra, perfettamente consapevole, che dietro a quel piccolo elemento, apparentemente insignificante, c’è molto di più: creare valore con l’ar te. C’è la cultura non scritta di queste terre e ancora fortunatamente vitale, c’è il lavoro di tanti, c’è forse un futuro, c’è sicuramente coscienza di sé. E se è vero che la storia si ripete, anche questa lo dimostra. Accanto a Angelo, dopo nonna Annunziata, tante donne: oltre sua moglie Graziana, la madre Carmela e la sorella Stefania. Qualcosa, questo vorrà dire.

di ALESSANDRA BOCCHINO

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