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Lunedì 20 Novembre 2017 | 03:16

Bari, in città musica nuova Con i Giannini oltre un secolo e mezzo di note

Entrare in «Casa Giannini» significa entrare in un mondo altro. Siamo a Bari, nella centralissima via Sparano. Qui, nel flusso continuo di donne, uomini e bambini, tra marchi commerciali che rendono uguali molte strade del mondo, c’è un luogo che ancora resiste nel mantenere ferma nel tempo la propria fisionomia, nel non lasciare scivolare la propria storia in una modernità che si vuole senza storia
• Gianna e Giulia, testimoni e fautrici della tradizione
Entrare in «Casa Giannini» significa entrare in un mondo altro. Siamo a Bari, nella centralissima via Sparano. Qui, nel flusso continuo di donne, uomini e bambini, tra marchi commerciali che rendono uguali molte strade del mondo, c’è un luogo che ancora resiste nel mantenere ferma nel tempo la propria fisionomia, nel non lasciare scivolare la propria storia in una modernità che si vuole senza tradizione. All’interno un bell’ordine, non si ostenta niente; pianoforti come arredo, volti antichi alle pareti, insieme a belle citazioni che immortalano frammenti di una storia individuale e collettiva. 

C’è il ritorno a Bari del maestro Mascagni, ormai affermato compositore, ritratto da Pasquale Antonelli, insieme ai tre fratelli di Angelo Giannini: Clemente, Giuseppe e Edoardo. Ancora, la lettera autografa, questa volta del Mascagni giovane, non ancora famoso e quindi senza grandi possibilità, che ringrazia, per aver ricevuto in prestito il pianoforte Colombo, su cui stud iare. Scorrono i ritratti di famiglia. Su tutti, siamo attratti, quasi l’avessimo conosciuto, dal sorriso vigoroso e sempre pronto a stupirsi, di Bruno Giannini, anno di nascita 1919. Sono tante, tantissime le foto che sembrano aver immortalato la forza di questo musicista pugliese contemporaneo, curioso della vita, sospeso, tra la spinta irresistibile nel conoscere il mondo muovendo i tasti del suo piano e, il richiamo altrettanto imperioso dell’azienda di famiglia. A suo modo è stato un protagonista e interprete della storia musicale e culturale della città. E lo è stato doppiamente, come artista e come animatore di quella che è stata una originale «bottega d’arte», di memoria antica, libera e nobile. Nello studio, un Frank Sinatra, scattante, a figura intera dedica a «Bruno» la sua My Way. Sono accanto, l’uno vicino all’altro. 

Un po’ più avanti, un ricordo dell’indimenticabile Nino Rota. Ovunque, domina la musica, con il suo potere di svelare e assecondare il tempo che cambia, senza lasciarsene sopraffare. Seguendola - un po’ affascinati da una lentezza che diventa contemporaneamente stile e sostanza, quasi inusuale di questi tempi - entriamo in una storia familiare di quasi due secoli, ancora straordinariamente viva e contemporanea. Incontriamo Giulia e Gianna Giannini; stesso sorriso del padre Bruno, stessa passione. Anzi ciascuna per le proprie caratteristiche riflette le due anime di questo padre così ingombrante, come anche del genio artistico di una famiglia tutta: Gianna, pittrice, come la nonna Giulia Scherer e, come lei, grande viaggiatrice, «ovunque più lontano che si può». Giulia, piana, riflessiva, preferisce definirsi «appassionata» delle arti. Entrambe musiciste, dicono del proprio passato confondendo il «sé» con il cuore della città. 

Tutto iniziò nel 1874, quando Angelo e i suoi fratelli, studiosi di musica, decisero di importare dalla Germania, i preziosi pianoforti che in quella nazione avevano le più importanti e storiche case di produzione. Era il tempo in cui, grazie ad artisti come Frank Liszt e Hans von Bulow, già nel 1870, il pianoforte divenne lo strumento per elezione, nelle sale di concerto e nei salotti della borghesia. Fu così che qualche anno dopo, nel 1874, nacque la «Fratelli Giannini di Angelo», cogliendo un vento culturale, tra i più effervescenti, che soffiava da lontano e che, a Bari, trovava tanti punti su cui proliferare. 

C’era già, allora, il teatro Piccinni, sarebbe nato più tardi il Petruzzelli: le prime bande, le prime importanti rappresentazioni. Si faceva strada la convinzione di poter aspirare ad un ruolo alto nello scenario culturale, sicuramente italiano, ma anche europeo. Stava finendo il secolo, molte cose sarebbero cambiate e tante ne sarebbero accadute. Intanto tra le due guerre arrivava un linguaggio dirompente, che sarebbe diventato un totem, una specie di motore creativo, capace di scuotere energie profonde, a volte inconsapevoli. Il Jazz, appunto. Era questa l’aria che girava e che vede i Giannini, con i loro pianoforti, seguirne il ritmo, generazione dopo generazione. Talvolta lo anticipano. Dalla loro casa passano tutti; nascono incontri e frequentazioni, tra musicisti che trovano lì un ambiente favorevole e da cui sono incoraggiati a proseguire. Il talento sopra ogni cosa. 

Dopo Angelo, dunque, Edoardo, musicista e compositore. E sua moglie, Giulia Scherer, interessante figura di donna e artista novecentesca, sicuramente «emancipata». L’insegna della bottega d’arte di quell’epoca metteva insieme i due cognomi. Un bel riconoscimento: gli Scherer, famiglia austriaca arrivata a Parma al seguito della imperatrice Maria Luigia, subito dopo il divorzio da Napoleone. Giulia, pittrice, cosa rara per quei tempi, giunse a Bari, dove si stabilì, per insegnare disegno e calligrafia. Di qui l’incontro felice e stimolante con la meridionalità di Edoardo, uomo sicuramente di larga cultura, irrequieto e preso dalla effervescenza che il mondo del teatro dava alla sua vita. 

Arriviamo quindi a Bruno. Con lui si apre una altra pagina musicale di Casa Giannini. Pianista, coglie al volo la novità portata dal jazz. Un fare musica che diventa espressione di un modo di stare nelle cose, legato alle vicende che, in quegli anni, sono addirittura tumultuose nel loro rapido mutare. Incontra gli americani a Bari nel 1943 e da qui ha inizio una passione irrefrenabile. Inizia una collaborazione con Radio Bari, che trasmetteva «La voce dall’America» della BBC e «Italia combatte», con Arnoldo Foà. Suona tutti i pomeriggi con l’Hot Jazz Quintet. Vorrebbe andare e va, al seguito delle grandi orchestre che, in quegli anni, si andavano formando soprattutto in America e in Italia, a Milano. Torna e, con lui, la donna della sua vita, Maria Iacobone, come già Giulia, ferma, nell’essere approdo dell’ artista, oltre che dell’uomo. 

E fu a questo punto, che da Bari, le vicende di Bruno si intrecciano con quelle degli altri personaggi, che in modi diversi, hanno rappresentato le stagioni della storia del jazz in Italia. Suona con il primo Quartetto Cetra, ancora senza Lucia Mannucci, con la band di Gorni Kramer, con Franco Cerri. Un vento potente che arriva fino alla città. Da una altra prospettiva, supporta, con lo stile che le è proprio, il fermento musicale che tutto riconduceva al maestro Nino Rota, al suo Liceo Musicale, al Conservatorio «Piccinni» poi e, alle generazioni che via via crescevano, in quello che, forse, è stato un momento un po’ magico della vita della città. C’era tutto, Bari poteva concedersi una autentica e fondata ambizione. Ma si sa che una magia non accade mai due volte; per capirla, occorre leggerne i segni. 

di ALESSANDRA BOCCHINO

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