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Giovedì 23 Novembre 2017 | 04:29

Arditi, l’umanesimo quotato in banca

Marchesi, discendono da Francesco Ruggiero, uno dei tre figli di Giacomo insieme ad Adolfo e Carlo Luigi. Famiglia salentina già dal ‘500, «la più illustre che Presicce abbia avuto», fa parte della antica nobiltà napoletana, risalente al 1200. E già le scritte che indicano la Banca Arditi Galati riportano indietro e inquadrano la posizione che agli inizi del Novecento Luigi, «Gino», intese assumere fondando, nel 1925 appunto, insieme ai cognati Galati, questo istituto come punto di riferimento per la piccola e nascente economia locale. Quella del banchiere «di famiglia» è una figura tipica di queste parti: c’erano i Tamborino, i Sangiovanni, i Vallone, i Venturi
Siamo attesi, da Giovanni Arditi di Castelvetere, specialista in Medicina nucleare, e dal figlio Francesco. Marchesi, discendono da Francesco Ruggiero, uno dei tre figli di Giacomo insieme ad Adolfo e Carlo Luigi. Famiglia salentina già dal ‘500, «la più illustre che Presicce abbia avuto», fa parte della antica nobiltà napoletana, risalente al 1200. Rossella, moglie e madre, è una Galante de Secly, docente, app assionata d’arte, donna carismatica e grande organizzatrice di progetti culturali; è la signora che da più di quindici anni riesce ad aprire e offrire allo sguardo di tutti, i portoni dei magnifici palazzi leccesi, dando vita così ad una consuetudine che la città non ha più voluto perdere. È nipote dell’indimenticabile direttore delle «Gazzetta del Mezzogiorno», Luigi. Quel Luigi che negli anni caldi della storia del nostro Paese, prima e dopo la seconda guerra, scriveva: «La libertà di critica, la libera circolazione delle idee, contribuisce a formare nella coscienza dell’uomo della strada, il valore della libertà». 

Un bell’insieme che ci porta indietro di qualche decennio: una Lecce non ancora scoperta, ma fremente di vitalità, e Bari, anima di un movimento che ancora una volta incrocia la strada dei Laterza. Il Sud, aristocratico, certamente illuminato, fortemente radicato da un lato, e quello in trincea dall’altro, quello, che tentava di guardare oltre, di essere centro di un pensiero nuovo per se stesso e per l’Italia. Lungo la strada, il cognome di questo casato si rincorre, diventando l’invisibile mano che di paese in paese ci condurrà a Presicce, fino a S. Maria di Leuca. Lo ritroviamo idealmente, nelle descrizioni di un Salento antico che, un signore di nome Giacomo Arditi, letterato e scrittore, ha lasciato in quella che, oggi, sembra essere quasi una speciale guida, per il viaggiatore che non si accontenta. Si tratta della Corografia fisica e storica di Terra d’Otranto; o ancora nelle eclettiche architetture che già da Nardò si incontrano e che riportano a Carlo Luigi, architetto, scrittore anche lui, pittore, ispiratore, insieme ad Achille Rossi e Ruggiero Giuseppe, architetti dell’e poca, di quel gusto estetico che proprio a Leuca esploderà negli stili più disparati. 

Siamo tra metà Ottocento e primi del Novecento. E sua è anche la villa Arditi, come è naturale, dove tra poco giungeremo. Prima ancora, Michele, avo settecentesco, prozio di Giacomo, giureconsulto, archeologo, numismatico, letterato. Man mano che ci avviciniamo a Presicce si moltiplicano le informazioni su questa famiglia che ha legato indissolubilmente il proprio nome alla Terra d’Otranto, coniugando estro, impegno sociale, passione politica: un atteggiamento sottolineato a più riprese dal giovane Francesco, esperto della storia di famiglia. Già le scritte che indicano la Banca Arditi Galati riportano indietro e inquadrano la posizione che agli inizi del Novecento Luigi, «Gino», intese assumere fondando, nel 1925 appunto, insieme ai cognati Galati, questo istituto come punto di riferimento per la piccola e nascente economia locale. Quella del banchiere «di famiglia» è una figura tipica di queste parti: c’erano i Tamborino, i Sangiovanni, i Vallone, i Venturi. 

Un passaggio, da proprietario e imprenditore agricolo, avvenuto come conseguenza di importanti patrimoni e di una certa visione sociale. Pur tuttavia, non sembra essere questo, forse, il carattere dominante della famiglia Arditi. Colpisce di più l’atteggiamento che, generazione dopo generazione, i suoi componenti hanno avuto verso lo studio e come hanno utilizzato la loro insaziabile necessità di sapere. «Eruditi» prima ancora di ogni cosa, sottolinea Francesco, avvocato tributarista. E ancora oggi nel solco di una tradizione familiare, gli Arditi sono architetti, scrittori, insomma umanisti. Colpisce e assume un grande valore, nel ricostruire la personalità di Michele nato a Presicce nel 1746, vedere come un uomo può, dal remoto Capo di Leuca, diventare figura di grande prestigio e riferimento nel campo degli studi di storia e archeologia, nonché in quello delle organizzazioni pubbliche culturali. 

«Un moderno umanista», un innovatore se guardiamo alla cultura intesa, oggi si direbbe, come «strumento di sviluppo». Parliamo degli anni che vanno dal 1760 al 1833. Dagli studi giuridici a Napoli, come era consuetudine allora, all’archeologia e alla filologia classica. Avvocato del foro napoletano, fondatore del Reale Museo Borbonico, ne fu direttore per circa trent’anni, così come fu soprintendente agli scavi archeologici. Grande personalità «vero e completo signore», divenne a Napoli una figura di riferimento, ben oltre i confini della sua terra e del Mezzogiorno d’Italia; stimato e ricercato dai più vari ambienti culturali nazionali e stranieri, dialogava con tutti i sovrani d’Europa. Gli artisti avevano in lui un interlocutore attento e autorevole. La sua era una parola che pesava, così come il suo silenzio. Oggi si potrebbe dire che era uno scopritore di talenti: tra tutti, il Canova artista, suo protetto e amico affezionato, autore della tomba di Michele nella chiesa di S. Ferdinando di Palazzo, a Napoli. Di grande interesse l’epistolario intercorso tra i due. 

E si deve a Giacomo, custode morale e depositario di scritti, documenti, faldoni di memorie, ammiratore e allievo del prozio Michele, se tanto materiale è giunto integro sino ad oggi. Così come toccò al nipote Giovanni, conservare e inventariare, il fitto carteggio intercorso tra Michele Arditi e illustri personaggi del suo tempo. Ecco, il cerchio si chiude e ci riporta con abilità, sulla strada della genealogia di famiglia. Dal Giovanni ottocentesco al Giovanni di oggi; una storia familiare che, pur tanto ricca, si rinnova sulla strada della modernità. E molto moderna, appare la figura di una zia, Maria (scomparsa il 12 settembre di quest’anno, all’età di 101 anni), che insieme alla sorella Tina, partì nel lontano 1939, alla volta di Budapest, in occasione del Congresso mondiale per la Pace. Un viaggio storico, coraggioso, ancora di più se immaginiamo quei tempi e cosa stava per sconvolgere l’Europa di allora. Poi il ritorno a Casarano, nel Palazzo settecentesco degli Arditi, dove da sempre vive il padre del nostro Giovanni, Francesco. Lo si può ancora incontrare in paese o a lavoro nella sua azienda agricola. Sullo sfondo S. Maria di Leuca, con i suoi due mari e la mescolanza avvenuta nei secoli, di culture, civiltà, religioni e visioni di mondo. Da qui ripartiamo, confermando, ancora una volta, il senso di quest’andare per paesi e città, seguendo la vita che uomini e donne hanno inventato e seminato prima di noi. Sentirsi, se capita, per un attimo, vicini ad una meta.

di ALESSANDRA BOCCHINO

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