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Domenica 19 Novembre 2017 | 11:42

Del Monaco, una dinastia saldamente ancorata sull’argilla

Sul finire dell’Ottocento, dunque, erano tre o quattro le famiglie della ceramica: in ognuna vi lavoravano quaranta-cinquanta persone. Quella di Del Monaco è da sempre considerata la bottega scuola. Quattro generazioni di sperimentazione e tensione verso l’oggetto perfetto. Cominciò il maestro Vincenzo, intorno al 1860, poi Giuseppe, di nuovo Vincenzo, fino a Giuseppe, Orazio, Elisabetta e Luisa. Ora i nipoti
• Dal vecchio «galletto» alla ricerca di un futuro decoro
Arriviamo a Grottaglie nella controra di un pomeriggio estivo. L’aria calda esalta il silenzio e amplifica il vuoto apparente della strada. Non c’è nessuno, ma si sente il respiro di una fatica antica. Ai lati della strada corrono le botteghe, in alcune lavorano gli artigiani, altre sono momentaneamente chiuse per la pausa. Grottaglie, luogo del Mediterraneo, perso tra gli ulivi, inconfondibile per il suo patrimonio di gravine, per il suo paesaggio fatto di terra e lavoro, con la sua piccola comunità che ruotava e ruota ancora oggi, tutta intorno alla produzione della ceramica. Proviamo a immaginare un prodotto che andava da sé, manufatti d’uso quotidiano, capasoni e pitali per le masserie, fino a quelli, via via più raffinati e preziosi nel decoro. Tra queste due linee ci sono secoli di vita, tante Italie e tante persone, di tutte le età, che giorno dopo giorno, notte dopo notte, sono state lì, tenaci, a fare andare i forni, con l’obiettivo metafisico di non fare «addormescere » (addormentare, alimentare) il fuoco». 

Sul finire dell’Ottocento, dunque, erano tre o quattro le famiglie della ceramica: in ognuna vi lavoravano quaranta-cinquanta persone. Quella di Del Monaco è da sempre considerata la bottega scuola. Quattro generazioni di sperimentazione e tensione verso l’oggetto perfetto. Cominciò il maestro Vincenzo, intorno al 1860, poi Giuseppe, di nuovo Vincenzo, fino a Giuseppe, Orazio, Elisabetta e Luisa. Ora i nipoti. C’erano gli allievi, i maestri tornianti, i lavoranti. Il rapporto era gerarchico, di grande rispetto ma di totale condivisione. Si mangiava insieme, si viveva in bottega, giorno e notte. Le donne a casa preparavano il pranzo e la cena per gli uomini. 

Raccontano così, come era allora, i fratelli Del Monaco, Vincenzo e Ella, figli di Orazio, trentenni, architetti entrambi, come anche la terza sorella Irene. Scuole a Grottaglie, poi via a sperimentarsi nel mondo: Irene negli Stati Uniti, Ella a Londra, Vincenzo a Vienna. Prima ancora, Firenze poi Roma; due anni circa nello studio di Massimiliano Fuksas. E siccome tutto torna nella vita, per Vincenzo è stato facile trasferire la sua abilità nel modellare l’argilla, alla produzione dei plastici: «dagli schizzi del maestro, Fuksas appunto, alla rappresentazione fisica dell’idea». 

Avviene nel palazzetto oggi famoso nei pressi di Campo dei Fiori, l’incontro con il design e quindi la conoscenza di altri materiali su cui far scorrere le dita. Sarà questo l’inizio di una altra storia. Vincenzo e Ella snodano frammenti di un’atmosfera non vissuta direttamente, ma talmente assorbita da caratterizzare fortemente il loro essere bambini prima, adolescenti poi. Un apparente, piccolo mondo, fatto di «silenzio, umiltà, confronto», su cui costruire il proprio diventare adulti. 

Il racconto è bello, senza inutile retorica; sfilano, davanti ai nostri occhi, fotografie e frammenti di una vita in fondo non così lontana. Ecco quindi apparire la Grottaglie di fine Ottocento, quella che concentrava, intorno ad un settore artigianale come quello della ceramica, tanta forza lavoro; è la Grottaglie, in cui - sottolinea Vincenzo - «c’era la fame». Le botteghe, non più grandi di 12-13 metri quadri, in cui convivevano tutte le fasi di produzione: dall’ar rivo dell’argilla, alla preparazione della stessa, alla cottura degli oggetti, al decoro. Giornate lunghe, che iniziavano verso le quattro del mattino. Tutto nello stesso luogo. La nostra conversazione si svolge proprio nella parte alta della bottega, quella antica di qualche secolo. C’è ancora il tavolo di legno intorno al quale si riunivano i decoratori. Il vecchio forno, lo stesso fino agli anni ‘50; poi quello elettrico. Una Grottaglie come il paese dei minatori di Cronin, il cui cielo si tingeva di scuro e l’aria diventava densa e bruciata, quando i grandi ceramisti dell’epoca, i Fasano, gli Spagnulo, i Del Monaco cuocevano contemporaneamente: «Un tempo, lì dove oggi sorge la zona industriale, erano le cave a dominare il paesaggio. 

Gli uomini estraevano l’argilla, autentico patrimonio di quella terra e la trasportavano negli spiazzali antistanti le botteghe». Iniziava così un processo di lavorazione lunghissimo che terminava nella realizzazione delle famose mattonelle, tanti «pani», di materia purissima. Oggi questi pani si acquistano altrove, in Emilia Romagna, già pronti, come si acquista tutto, dai rivestimenti agli smalti. Sono cambiate tante cose, «segno del tempo e del mercato», ma non è spenta la creatività della vecchia strada e dei maestri, se Orazio Del Monaco, già giovane scultore negli anni ‘60, con lo sguardo rivolto ad artisti come Fontana e Manzoni, è ancora qui e continua a decorare con la stessa passione e meticolosità, una acquasantiera destinata a chissà chi. È il segno della grande libertà di un uomo. C’è un che di solenne nella grande grotta, al piano terra, dei Del Monaco. Si lavora e le parole non distolgono l’attenzione dal pennello che, lento, si muove sull’o ggetto, ben tenuto tra le mani. 

Il maestro Orazio e la sorella Elisabetta - pittrice, raffinata decoratrice, famosa per la sua produzione settecentesca - sono protagonisti di una storia mai scontata, in cui la determinazione nel conservare e preservare questo antico mestiere, se anche in passato, può avere avuto il sapore della resistenza, è diventata, oggi, per forza, uno dei punti chiave della modernità. Questo accade quando l’agire di alcuni, tra testa e cuore, diventa l’agire di una intera comunità. Come accadde con Vincenzo, nonno del nonno dei tre giovani Del Monaco. Lo chiamavano il «francescano» per il suo carattere dolce e accogliente, per il suo essere maestro, rigoroso ma disponibile e tollerante. Con Vincenzo, che nonostante la natura quieta aveva in realtà l’anima del ricercatore, si ebbe proprio la svolta nell’arte dei materiali e del decoro. Dai capasoni alla maiolica, alla ceramica più morbida e più bella esteticamente. Subiva il fascino indotto dall’uso degli smalti, guardava a Faenza, alle grandi scuole d’arte, contaminava la sua conoscenza con gli artisti dell’epoca. Il tutto in una sperimentazione non solo estetica anche tecnica. Una grande scuola che oggi torna tutta nei giovani fratelli. Architetti, non per caso ma grazie a Claudio Adamo, architetto anche lui, caposcuola dell’a rchi tettura razionalista in Puglia. Un altro incontro fatale per i giovani Del Monaco che segnerà le loro scelte, spingendoli a guardare fuori, per poi ritornare, qui, in quella che una volta era via dei Caminari. Inizia così una altra storia.

di ALESSANDRA BOCCHINO

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