Cerca

Giovedì 19 Ottobre 2017 | 03:50

Pavoncelli, dalla terra sgorga il sogno dell’acqua  nella piana di Puglia

Giuseppe Pavoncelli fu il primo Presidente del Consorzio per l'Acquedotto Pugliese grazia al suo impegno a Cerignola, 7 ottobre 1923, un getto d’acqua alto 18 metri annunciò ad un «immenso popolo» la svolta. Una data storica, la vera rivoluzione: da quel momento l’acqua delle sorgenti di Caposele avrebbe finalmente raggiunto gli arsi campi pugliesi e insieme, posto fine alla lotta contro una terra «ricca solo di pietra» e esposta alla siccità
• «Tornare ai campi per essere utile all’Italia»
Sono le case della Riforma agraria. Le si scorgono dalla autostrada, andando verso Bari. Alcune proprio sul ciglio, altre sparse più in la, quasi come parte costitutiva del paesaggio, caratteristica di alcune zone dell’Alta Murgia, pugliese e lucana. Una volta erano circondate dal terreno, vi si trasferivano le famiglie. Oggi sono li, un po’ mute, silenziose testimoni di un ricordo lontano, una promessa mancata, una opportunità. Non fu il «trionfo economico dei contadini». Prima, nella più estesa pianura del Mezzogiorno, fu così tanta la rabbia, da generare lotte che non di rado sfociavano in tumulti violenti. Una ristretta cerchia di latifondisti da un lato, masse contadine dall’altro. In gioco le tante terre mai davvero lavorate, ricoperte da erba e a volte lasciate all’abbandono.

Il nostro viaggio verso Cerignola sembra privo di suggestioni, ma solo apparentemente; a saper vedere, un dettaglio, una rapida immagine, colta nel filare veloce della campagna oggi ordinata e tranquilla, compone e scompone il film di questa parte di sud, avvicina fatti e persone che separatamente hanno tentato la sfida. Cerignola 7 ottobre 1923: un getto d’acqua alto 18 metri annunciò ad un «immenso popolo» la svolta. Una data storica, la vera rivoluzione: da quel momento l’acqua delle sorgenti di Caposele avrebbe finalmente raggiunto gli arsi campi pugliesi e insieme, posto fine alla lotta contro una terra «ricca solo di pietra» e esposta alla siccità. 

Era l’Acquedotto, ancora oggi, il più grande d’Europa e il terzo al mondo. Giuseppe Pavoncelli insieme ad altri ha lasciato un segno tangibile. Il suo sembra il profilo dell’uomo «che verrà», dotato di un qualcosa di geniale e insieme creativo nell’individuare l’ordine delle cose, nel capire dove e come spingere per far crescere il suo paese e nello stesso tempo capace di elevare quella «piccola» prospettiva, davvero, al rango di prospettiva di interesse nazionale. Lo ha fatto da Deputato, quando avanzò la proposta; da Ministro dei lavori pubblici, quando ne stanziò i primi fondi; da Presidente della Commissione reale, nell’ottenere il contributo dalle Amministrazioni locali. 

Lo fece da primo Presidente del Consorzio, quando scriveva: «Quella gente allora potrà benedire a questa Italia nuova che, nell’opera magnifica, suggella l’affer mazione migliore del sentimento altissimo di solidarietà nazionale». Pavoncelli, per educazione familiare era un conservatore, profondamente liberale. La Cerignola dell’epoca era un paese che, da quattromila anime nel Settecento, si predispone a diventare uno dei centri agricoli più ricchi e importanti del Mezzogiorno. 

Arriviamo agli inizi del Novecento, quando fu definita insieme a Bari «la cassaforte di tutte le Puglie». Protagonisti di tale trasformazione sono i contadini, che prendono in fitto terre nude dirottandole in vigneti e alcuni settori più illuminati della grande proprietà. In questo contesto si inseriscono i conti Pavoncelli, ricca famiglia di commercianti di grano e grazie a questo proprietari di vastissime tenute. 

Giuseppe, nasce il 24 agosto nel 1836 da Federico e Antonia Traversi. Con lui nasce l’Amministrazione Pavoncelli. Quella di cui si scriveva - anni dopo, siamo già nel 1939 - come di un vasto e interessante campo di sperimentazione e di studio, un esempio di collaborazione tra proprietari, fittavoli, contadini e coloni, affratellati dalla solidarietà del lavoro comune. Forse un metodo, sicuramente uno sguardo lungo. Stefano, pronipote, descrive i tratti fondamentali di quella che fu una anticipazione di «agricoltura industriale» all’interno di un sistema che si sosteneva in tutte le sue fasi produttive. Fino alle case per accogliere la manodopera, ai pozzi, alla scuola, all’istruzione necessaria perché quella comunità si affrancasse. Eppoi la Banca, il Credito agricolo di Cerignola, fondata nel 1887 «a un certo punto si occupò dei risparmi dei contadini e anche di come tutelarli». 

Era «autoritario e imponente, con alcuni punti fermi sui quali ha impostato il suo stile di vita». Primo, l’unità della famiglia, che significava, anche, vivere a Cerignola, tutti nella stessa casa. L’attività passava di figlio in figlio, sempre intera. Da Federico a Giuseppe, poi Nicola ancora Giuseppe, Gaetano. Emblematico, in questo senso, fu il suo testamento, in cui lascia i possedimenti in campagna al figlio maschio, nascituro, del suo primo nipote, in quel momento ancora ragazzo. 

La proprietà restò così indivisa, fino alla Riforma, appunto. Al secondo posto, quella che fu più di una passione, l’acqua con tutto il suo indotto di vita e sviluppo. La terra. Sono tanti gli episodi che vedono quest’uomo difendere in Parlamento gli interessi e soprattutto il diritto di esistere del suo sud. Oggi sarebbe un meridionalista, chissà. Certo i suoi discorsi non derogano mai da questa posizione. Come quello pronunciato in occasione della convenzione Modus Vivendi che concedeva alla Spagna speciali condizioni per introdurre nel nostro paese, olio d’oliva, vino e altro. In una parola i nostri prodotti. Vinse la sua battaglia, la proposta fu respinta. 

Non perse mai il filo e, se nel 1870, prevedendo la crisi del grano, incitò tutti a piantare la vigna, anni dopo, siamo al 20 aprile 1903, riuscì a coinvolgere i partecipanti al settimo congresso internazionale sull’agricoltura, riuniti a Roma, in una visita a Cerignola. Immaginiamo l’evento in quell’epoca. Fu organizzato un treno speciale. La città era animatissima e una gran folla si snodò lungo le strada. Furono visitati gli stabilimenti, le terre, fu illustrato il sistema. Racconta Stefano: «mentre intorno le campagne si svuotavano, Cerignola cresceva demograficamente ». Fu un inizio, ma non bastò. La messa a coltura della vasti terre prima destinate al pascolo, costituì certamente, un grande progresso dal punto di vista della produzione. Le condizioni di vita dei contadini non erano però migliorate. Questo il grande problema, nella terra di Giuseppe Di Vittorio. 

Anni dopo un altro Giuseppe Pavoncelli, anch’egli deputato, incontra a Roma il sindacalista. Il clima nel Tavoliere, era incandescente. Le riunioni tra rappresentanti dei mezzadri e agricoltori, frenetiche. Ecco il ricordo di famiglia: «avvenne tutto nello studio di un avvocato, riservatamente. Si riconobbero per la reciproca lealtà. In comune, l’attaccamento alla terra, come strumento di produzione e ricchezza e valore vero. L’accordo fu siglato da una stretta di mano e nessuno dei due venne meno ai patti». Il risultato fu un effettivo miglioramento dei rapporti contrattuali e dello stato di vita dei contadini che garantì, almeno nel breve periodo, la tregua a Cerignola, mentre tutto il Mezzogiorno era ancora scosso dalle agitazioni. Ma si era già in un'altra fase, le grandi proprietà erano destinate a smembrarsi, nuovi diritti si facevano largo e chiedevano spazio e legittimità.

di ALESSANDRA BOCCHINO

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400