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Martedì 21 Novembre 2017 | 07:25

Ruvo, in casa Jatta antiche tracce della Storia

La suggestione scompare e con un balzo in avanti ci ritroviamo in casa Jatta; una bella facciata lineare e una corte interna, lascia intravedere in fondo il giardino, le due ampie scalinate ai lati, la biblioteca e infine il «Museum», unico caso in Europa di Museo nazionale ospitato in una abitazione privata. Vasi e vasi di tutte le dimensioni, alcuni grandissimi; nell’ultima stanza, il cratere «di Talos» ci incanta con la sua Medea
• Un piccolo mondo antico su per le antiche scale
Vi sono alcune città, che grazie alla creatività di popoli ambiziosi e lucidi e grazie anche a particolari ricchezze naturali, diventano nodi sui quali la storia si arresta e scrive i suoi segni, lasciando poi, che siano le generazioni successive a scoprirne, se lo vorranno, il contenuto. Cosa accadrebbe se quei segni si svelassero contemporaneamente allo sguardo e all’uso quotidiano delle comunità? 
Quale fisionomia assumerebbero città, anche piccole e piccolissime, se recuperassero strategicamente l’abitudine alla raccolta di informazioni e di notizie perdute, non solo per comprendere le opere ma anche per ricostruire i territori della storia e, al suo interno, i momenti fatali del cammino dell’umanità? 

Pensieri, questi, che prendono sempre più forma, man mano che ci avviciniamo a una di quelle piccole città, Ruvo di Puglia. Dalla Daunia, infatti dove eravamo, stiamo per arrivare nel territorio dell’antica Peucezia, sul passaggio della romana via Traiana, in cui Ruvo, per la sua posizione intermedia tra la daunia Canosa e gli altri siti peucezi, ne divenne centro importante, quasi di confluenza tra le due etnie. 

Un improvvisato Virgilio ci guida e ci mostra quindi la città di Rups o di Rubi com’era: diversi agglomerati urbani, che ora corrispondono a Sant’Angelo, al sito la Zita, a Baciamano; vivace e ardita, con le sue botteghe di oreficeria, le sua fabbriche di ceramica, i suoi floridi rapporti commerciali con i centri della Grecia e della Magna Grecia. Di qui per oltre due secoli la Ruvo peucezia, importò raffinato vasellame, prima corinzio e poi attico, diventato modello per gli artigiani locali, maestri di una arte figulina di alto livello. Siamo nel IV e III secolo avanti Cristo. 

La suggestione scompare e con un balzo in avanti ci ritroviamo in casa Jatta; una bella facciata lineare e una corte interna, lascia intravedere in fondo il giardino, le due ampie scalinate ai lati, la biblioteca e infine il «Museum», unico caso in Europa di Museo nazionale ospitato in una abitazione privata. Vasi e vasi di tutte le dimensioni, alcuni grandissimi; nell’ultima stanza, il cratere «di Talos» ci incanta con la sua Medea, figura solare, quasi una primavera botticelliana. Rosamaria Jatta esprime un amore intenso per quelle figure millenarie che ridisegna con mano lieve, mentre ne racconta il mito, la delicatezza del disegno e l’espressione dei volti, rendendole vive e di nuovo protagoniste. Sullo sfondo Luigi Jatta, osserva e conferma con lo sguardo. 

Dunque i vasi dalle infinite forme: ben disposti uno accanto all’altro, così a portata di vista e di tatto da evidenziare subito la differenza che corre tra una Casa Museo e un Museo: una casa appunto, che permette al visitatore il privilegio di entrare in una atmosfera privata attraverso la voce dei suoi abitanti, di coglierne la vita che vi è passata e la visione che del mondo avevano coloro che l’hanno animata, insieme alle ragioni di scelte compiute e dei loro effetti sul mondo circostante. 

A scorrere la galleria degli uomini Jatta si incontrano talenti diversi, condensati a volte in una persona sola: pensatori, scienziati, magistrati, archeologi, storici, economisti, giuristi, caratteri forti e illuminati, che «hanno illuminato e reso grande Ruvo nel mondo». Sono tanti i ritratti in fila, al piano superiore, e fanno un certo effetto. Ognuno ha fatto la sua parte: Giovanni senior, Giulio, Giovanni junior, ma anche Antonio, Michele, Giuseppe, Mauro, Francesco; lì dove finiva l’energia dell’uno iniziava quella dell’altro, in una fortunata combinazione che fa sì che una famiglia riesca ad occupare un posto nella nostra piccola storia della cultura. 

Fu Giovanni Jatta l’organizzatore, l’uomo che, a partire dai primi dell’Ottocento, iniziò a raccogliere testimonianze di un passato che sentiva come proprio, credendo prima ancora nella nobiltà culturale che non in quella «d’arma». Avvocato, poi magistrato, fulcro di una famiglia borghese e benestante, egli si dedicò allo studio sistematico dell’antichità apula, alla conservazione delle sue bellezze. Visse tra Ruvo e Napoli, dove formò il primo nucleo della raccolta di reperti ruvesi, «strappandoli» al mercato antiquario, «per onorare la storia patria e la felice storia della sua città». 

Intanto il fratello Giulio, archeologo per passione, seguiva in Puglia gli scavi che all’epoca erano numerosi, salvando la «grecità» di Ruvo. Fu, quello dei due fratelli, un sodalizio intellettuale durato tutta la vita e anche dopo, attraverso gli eredi, diventati poi custodi morali di un pensiero, nonché della sua rappresentazione. 
Come Giulia Viesti, moglie di Giulio, alla quale toccò il compito di traghettare la successione, all’indomani della morte del marito prima e di Giovanni qualche anno dopo, nel 1844; donna intraprendente e di notevole intelligenza, riuscì a evitare che l’intera collezione fosse acquisita dal Museo di Napoli, gestendo con grande abilità una transizione difficile anche in virtù delle disposizioni a volte contraddittorie, lasciate da Giovanni. Questa donna intrepida, chiamata in famiglia «la maschia donna», ne fece valutare singolarmente ogni pezzo, tanto che il valore del tutto aumentò così tanto da costringere il Museo di Napoli a recedere dal suo intento. Ed è così che nulla si mosse da dove era: vinse Giulia e vinse a nome di Ruvo di Puglia. 

E, parlando delle donne della casa, al piano superiore da Anna de Beaumont Bonelli, mamma di Luigi, sfila una sequenza di abiti d’epoca, perfetti, completi di accessori, che da soli sarebbero già un piccolo museo del costume. Attraverso una porta chiusa entriamo nella biblioteca. Scorrendo i titoli sui dorsi dei libri si comprende il taglio e l’orientamento dei talenti e delle passioni che l’hanno man mano accresciuta e, che, in qualche modo e in tempi diversi, si sono riflesse sulla stessa comunità di Ruvo. Il soffitto a volta, le grandi lampade ad illuminare il lungo tavolo ovale, le librerie fitte fitte alle pareti... E poi? Una immagine improvvisa anima quel luogo silenzioso e purtroppo ancora vuoto: e, se arrivassero studiosi, filosofi, scrittori, sceneggiatori, insomma umanisti di nuova generazione, giovani da ogni dove, con in comune la forza di un pensiero agile e libero? Nuovi viaggiatori che non sanno cosa troveranno, che non sanno ancora come sarà la città o il luogo che li aspetta, ma si chiedono come sarà scoprire un tempo ormai alle spalle, che non è mai «solo» passato. Di qui, una delle tante vie, per le città dei desideri.

di ALESSANDRA BOCCHINO

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